il Kerala immaginario di Rampini. bortolindie 5 [IX, 24. wp s.n.] – 10 aprile 2010 – 316

wordpress sabato 10 aprile 2010 – 18:32

è il 17 dicembre: sto lasciando il Kerala e rileggendo il breve ma denso e luminoso capitolo che gli ha dedicato Federico Rampini nel suo ultimo bellissimo libro sull’India, La speranza indiana. Storie di uomini, città e denaro dalla più grande democrazia del mondo, Mondadori, 2007 – di cui mi sono già occupato una volta all’inizio di questo mio viaggio: 201-i-miei-rampini.

libro bellissimo, ma discutibile, come dicevo; forse bellissimo, perché discutibile: ma Rampini è a mio giudizio allo stesso tempo uno dei maggiori intellettuali che ha l’Italia e un uomo dalla visione del mondo un poco deformata e deformante e la sua deformazione pare uguale e contraria a quella che riscontro nei libri di Terzani, che poco tempo fa mi pareva un profeta e che oggi registro essermi diventati di colpo illeggibili, come documento di una visione rancorosa del mondo che non è più la mia: oggi sono molto più cinico sia di Terzani il terzomondista, sia di Rampini il filosviluppista, ma più felice di entrambi.

* * *

il Kerala che Rampini descrive nel cap. III col titolo “Kerala, il sogno di uno sviluppo diverso“, sottotitoli: “La Svizzera tropicale – A casa degli dei di tutto il mondo“; mi lascia attonito, talmente è difforme da quello che mi lascio alle spalle io, e senza alcuna pretesa di avere visto il vero Kerala, mi trovo tuttavia costretto a dire in che cosa non ho ritrovato il suo.

Rampini conosce il Kerala molto meglio di me, come dimostra dall’esordio del capitolo (“Lo stato del Kerala, con un reddito pro capite di 550 euro l’anno che è appena il 2,5% di quello italiano“…), ma possibile che ciononostante abbia visto un Kerala che non esiste?

Kerala: “un fitto dedalo di delta fluviali” che “incrocia le correnti del mare Arabico“, “terre emerse coperte di foreste“, “il resto è laguna marina, laghi e canali naturali o artificiali“: “si abita sull’acqua, ci si sposta in barca, molti vivono ancora di pesca“: tutto il Kerala già noto a chi si è visto i miei video su You Tube, tutto vero, fino a qui, ma poi Rampini costruisce una filosofia intera a partire da una targa d’ottone che ha trovato nel bagno dei suo hotel e che dà all’ospite dei consigli su come risparmiare l’acqua.

è sulla base di quella targa che lui dice che il Kerala “viene studiato nel mondo intero come un modello di sviluppo sostenibile“ e che è “il luogo per apprendere come si salva l’acqua del pianeta“.

* * *

targhe così nelle mie due settimane in Kerala io non ne ho viste da nessuna parte e, parlando per quel poco che mi è capitato con la gente del posto, nessuno mi ha mai fatto capire di dare un’importanza particolare all’acqua né di sentire il bisogno di difenderla; questo era invece qualche anno fa quando ci sono stato il ritornello angosciato del Tamil Nadu oppure di Hyderabad: l’acqua che moriva; e si vedeva questa drammatica carenza nel rigagnolo puzzolente che attraversava la metropoli al centro arido del Deccan o nella vasca prosciugata del tempio dell’acqua nell’altro stato meridionale dell’India.

questo, della scomparsa dell’acqua, forse è oggi, in questi giorni e in queste ore, il lamento anche della Cina centrale che sta morendo, come mi racconta mia figlia da Pechino, sotto una delle siccità più tremende della sua storia.

ma il Kerala, dove l’acqua abbonda anche nel pieno della secca stagione invernale in cui io l’ho visitato, in che senso potrebbe consigliare agli altri come proteggere un’acqua che spesso altrove non c’è affatto?

Rampini, che presenta il Kerala come il regno dell’ecologia trionfante, è stato come me nella baia del vecchio Fort Cochin, l’attuale Kochi, anche lui ha visto i delfini giocare nel tratto di mare fra la vecchia capitale e l’isola di Vypeen, ma di quella baia ha visto mentalmente un lato solo, e parla di “linde case costruite a fior d’acqua“: sono quelle dell’isola, ma per arrivarci deve pur essere partito dal traghetto di Ernakulam, la città disordinata e congestionata di palazzoni e cemento sulla costa di fronte.

come ha fatto Rampini a non vederla? o meglio a vederla e citarla soltanto per dire che proprio Ernakulam alimenta una coscienza ecologica di cui io non ho trovato invece traccia?

e non è stato a Kottayam o Trissur, brutte caricature dell’ipersviluppo della post-modernità?

come potrebbe considerarle dei modelli di rispetto dell’ambiente?

anzi, per dirla tutta, a me è sembrato che proprio in questo Kerala che è stato al punto stesso il ponte dell’India verso al Cina e verso l’Europa, proprio perché più occidentalizzato, vi sia un rispetto dell’ambiente molto meno sentito interiormente che nel resto dell’India.

* * *

Rampini parla del Kerala come di una Svizzera tropicale, perdipiù governata dalle sinistre come l’Emilia Romagna, un’isola di buon governo e pulizia e ordine, di convivenza multiculturale e multireligiosa, con un tasso di alfabetizzazione più alto del resto dell’India, con una durata della vita media più alta di 10 anni.

tutto vero, ma la mia impressione rimane quella che tutto questo si spieghi soltanto capovolgendo la spiegazione di Rampini: con la naturale abbondanza dell’acqua e non con una particolare sensibilità all’acqua e all’ambiente, che rimane testimoniata solo da una targa d’ottone messa da un albergatore intelligente che sapeva come suscitare la simpatia dei suoi ospiti di alto livello, ma che manca del tutto negli alberghi più semplici o in quelli di medio livello dove sono stato io, credimi, Rampini.

e il Kerala non può essere un modello per nessuno, semplicemente perché le sue condizioni naturali meravigliose sono irripetibili altrove; e quelle condizioni sono messe in pericolo dallo sviluppo anche lì, come in tutto il resto del mondo.

insomma, Rampini si è entusiasmato di fronte a questo pezzetto di India più aperto, tollerante e occidentalizzato, e ne ha fatto un modello mentale per il resto dell’India e del mondo, ma a mio parere del tutto a sproposito.

perché è la natura che fa l’uomo e non la sensibilità dell’uomo che fa la natura: tutta la coscienza ecologica del mondo non riuscirà mai a far piovere dove non piove.

e dove non piove, gli uomini sono aridi e duri, diversi dagli abitanti ridenti del Kerala, diversi dagli Amrit che mi sono lasciato, forse non casualmente, alle spalle.

* * *

e adesso mettete una mezza mattina passata a trovare un posto dove cambiare degli euro in una città abbastanza grossa, ma incredibilmente povera di bancomat, come Kottayam.

mettete un bel po’ di tempo in un internet café a riannodare contatti col mondo lontano o a tagliarli.

mettete un viaggio in treno lungo un percorso che conoscete già anche se non cessa per questo di essere una meravigliosa alternanza di palme e lagune.

mettete che arrivate alla stazione di Trivandrum che è già piuttosto tardi e cominciate a dubitare di riuscire a fare in tempo ad arrivare a Kanyakumari, 80 km di distanza, e quindi quasi ancora tre ore di viaggio in bus.

ma mettete che dall’altro lato della stazione incrociate un autobus sbilenco che sta giusto partendo, sul quale saltate su di corsa nonostante i vostri 61 anni e vi accomodate malamente senza riuscire a sorridere a nessuno per un viaggio insulso che oramai si svolge tutto nelle tenebre.

mettete che sbarcate in un punto imprecisato della cittadina, già avvolta nel buio, e il tassista che cerca di spennarvi per farvi fare un percorso in fondo da niente, che potevate fare anche a piedi se aveste saputo la strada, vi fa capire subito che siete in una delle meraviglie turistiche dell’India.

mettete che vi siete scelto un hotel quasi di lusso, con vista sul mare, in una penombra da cui emerge una misteriosa cattedrale gotica bianca.

e avrete la mia giornata del 17 dicembre scorso.

mettete che a questo punto capite di avere lasciato alle vostre spalle il Kerala e che in questo trasbordo vi dimentichiate istantaneamente, per le troppe emozioni, il post che avevate mentalmente composto: più o meno, quello che avete appena letto lassù in cima.

mettete anche che sapete di essere arrivato ora proprio sulla punta della penisola, dove si congiungono i due lati dell’oceano Indiano, fra il mare Arabico e quello che guarda verso le Molucche e l’oriente, e ve lo dice la brezza freschissima che vi avvolge nella notte in cui uscite a fare due passi, interrogandovi su un paio di ombre di guglie mostruose da film gotico che si intravedono nel mare senza capire bene di che cosa si tratti.

e insomma la sporcizia delle strade, le forme particolari dei templi, il clima festoso e incalzante che si avverte anche in un momento in cui molti dormono vi fanno capire di essere non più nel Kerala, ma già nel Tamil Nadu, il luogo in cui è nato vostro primo amore per l’India.

e ve lo confermano la mattina quando vi svegliano alle sei dalla reception per dirvi al telefono: “the sunrise, sir”, “il sorgere del sole, signore”.

perché non vi perdiate l’alba e la musica dolcissima che si levano in sincrono con la luce nascente attorno a voi .

e allora una malinconia infinita e struggente vi prende, e sentite di essere arrivati non tanto alla fine dell’India, quanto alla fine della felicità, dove essa si confonde col dolore e diventa una cosa sola con lui.

* * *

se quel post pensato allora e scritto oggi è una recensione, credo che mi sia venuta la voglia di scriverla per avere ricevuto proprio allora questa mail da gipictus, il mitico blogger artista e scrittore a cui voglio bene:

da Pictsac data 14 dicembre 2009 17.46
oggetto: Pictsac ti ha invitato a dare un’occhiata ad aNobii, sito per la catalogazione dei libri.
Salve,
Sto usando aNobii per catalogare i miei libri e scoprire cosa leggere dopo. Pensavo che ti potrebbe interessare provarlo!
ciao, Jörg

Un pensiero riguardo “il Kerala immaginario di Rampini. bortolindie 5 [IX, 24. wp s.n.] – 10 aprile 2010 – 316

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