contro il senso del bello – wp 6 [7] – 8 gennaio 2010 – 12

wordpress venerdì 8 gennaio 2010 – 8:10

questo post è un po’ che mi sta nel gozzo; ora si sputa il rospo.

il sospetto che l’italico amore della bellezza sia solamente l’altro lato della medaglia di un sistema culturale intrinsecamente violento e mafioso si è fatto strada a poco a poco nella mia mente, ma si è affermato come pura e semplice evidenza qualche giorno fa, quando sono sbarcato alla Stazione Centrale di Milano per rientrare in Italia.

nella stazione regnava un caos disperato e grottesco, perché il tabellone dei treni era in tilt e nessuno sapeva dove sbattere la testa: in un momento di rabbia sarcastica che in me non è affatto raro, ho impugnato la mia camera digitale e ho fatto un video brevissimo, che riassume quello che ora tenterò di dire a parole.

siccome dura solo circa un minuto, non è male che gli diate un’occhiata, se intendete seguire il resto del mio discorso; e magari vi scappa anche da ridere (amaramente, s’intende).

la Stazione Centrale di Milano è stata recentemente ristrutturata in modo sontuoso, come si vede: per quanto la visione architettonica vagamente assiro-babilonese che l’ha ispirata sia stata oggetto di dileggio per decenni negli ambienti dell’avanguardia artistica, è indubbio che esprime una visione truce e grandiosa dei rapporti sociali.

una stazione simile è fatta per far sentire l’uomo comune un nano: una sensazione comune al cittadino italiano di fronte ai suoi monumenti.

Michelangelo, ad esempio, era un maestro nel nanificare gli esseri umani comuni: entri a San Pietro e ti devi misurare con l’immane potenza dell’edificio, Palazzo Farnese produce la stessa sensazione, come altri edifici del Cinquecento – o dell’antica Roma, da cui in ultima analisi discende questo culto della smisuratezza del potere.

monumenti tutti costruiti per giganti smisurati, che hanno un rapporto col corpo umano normale di 1:10; e quando il papa si affaccia alla finestra del Palazzo Apostolico, che ha da sola le dimensioni di un palazzo, è la dimensione di quella finestra che dà potenza visiva e significato alle sue parole.

alla Stazione di Milano capita lo stesso: mica è fatta per fornire dei servizi a chi la deve attraversare, è fatta per far capire quanto è smisurata la potenza di chi l’ha costruita, e quindi quanto è inutile protestare contro i disservizi.

la recente ristrutturazione della medesima ha rimesso in evidenza questa concezione architettonica autoritaria della stazione, cancellando le edicole (oggetto quanto mai inutile oggi in Italia), i bar, nascondendo i cessi pubblici, riempiendola di vetrine della moda milanese.

è passeggiando in questi sotterranei spettrali, fra quelle scale mobili incongrue fatte per far perdere tempo ai viaggiatori, dato che devi percorrere decine di metri per raggiungere la rampa successiva, che ho capito il legame strettissimo tra il senso della bellezza e il dovere del rispetto della potenza, che è l’unica vera legge etica che l’Italia conosca.

non il rispetto dell’altro, di chi è cittadino come te, ma il rispetto del potere.

essere esteti ed essere cattolici in Italia è la stessa cosa.

la chiesa in Italia non ti chiede affatto una adesione vera e sostanziale, nutrita di convinzione personale, ai suoi valori; si accontenta del rispetto formale del suo valore e della presenza fisica ai suoi riti.

dire amore della bellezza ed ossequio è la stessa cosa: l’italiano si muove in un mondo dove la bellezza è continuamente esibita a ricordargli la mancanza della sua libertà, interiore ma anche esteriore, data dal soffocante conformismo sociale, cioè dal canone della appropriatezza e convenzionalità dei comportamenti.

* * *

il secondo aspetto che voglio mettere in evidenza, e poi la faccio finita, perché l’ho già fatta anche troppo lunga, è il legame così stretto tra bellezza e dover essere che si avverte in Italia, e non – nella stessa misura – altrove.

ovviamente sempre ogni arte è fondata su certi canoni convenzionali, ed in questo potremmo trovare tanto una libertà quanto una costrizione; perfino ogni autore sta dentro un suo stile, di solito (a meno di non essere un viandante eslege della scrittura come me): che è la cifra irripetibile della sua scrittura, del suo pennello o dei suoi strumenti da scultore, del suo pentagramma di compositore.

però solo l’artista italiano è costretto a rinchiudere il suo stile dentro i parametri ossessivi di una bellezza nazionale che cerca di sfuggire alle definizioni per meglio nascondere la sostanza oscura del suo essere, ma che io arrivo a prendere per i capelli, a costringere con la forza a girarsi (come la Danae del Bernini) e a riconoscersi semplicemente come rispetto delle regole della buona apparenza, come convenzionalità dell’apparire.

può sembrare grottesco che io identifichi nella bellezza il fulcro dell’arte ITALIANA; per noi italiani il concetto è talmente ovvio che credo che qualche immaginario lettore potrebbe avere un moto di rigetto e ripulsa a leggermi mentre propino compunto una banalità simile: ma santo dio, su che cos’altro deve fondarsi l’arte se non sulla bellezza?

eppure basta essere in Germania per accorgersi che, ad esempio, l’arte può fondarsi anche sulla verità, o meglio identificare la bellezza nella verità anziché nella convenzionalità italiana.

nel Quattrocento e nel Cinquecento, mentre l’Italia insegnava con i suoi quadri il galateo del come apparire, gli artisti tedeschi cercavano di capire attraverso la pittura l’uomo come era.

prima ancora che arrivasse la riforma, i due popoli, le due civiltà avevano preso due strade estetiche profondamente diverse, e da quel momento l’arte e la cultura tedesca sono state caratterizzate dall’obbedienza ad un diverso dover essere, ad un’etica diversa, quella della verità; la Germania è diventata un paese di filosofi, l’Italia è rimasta un paese di esteti, da D’Annunzio a Rocco Siffredi (due pescaresi, guarda le coincidenze!).

* * *

ma noi italiani non siamo mica per niente il paese che, oltre al gelato, alla pizza e agli spaghetti, ha inventato anche il galateo.

che cos’è il galateo se non l’invenzione prettamente italiana di un rigidissimo sistema di regole di comportamento esteriore che riduce la vita sociale a convenzionalità pura, proteggendo l’arroganza dei potenti dietro lo scudo invalicabile delle buone maniere?

bene, provate a pensare che l’arte italiana, la bellezza italiana, sono una specie di galateo del linguaggio, della vista, dell’udito, e sarete arrivati al centro di quello che voglio dire.

è notorio che l’arte del Rinascimento italiano rappresenta il mondo non come è, ma come dovrebbe essere, o per meglio dire come dovrebbe essere dal punto di vista delle buone maniere estetiche, per cui una galleria come gli Uffizi possiamo vederla anche come un Galateo vivente su tela delle buone maniere figurative, e non soltanto figurative.

e la musica del Cinquecento dice alla stessa maniera, con i suoi vocalizzi, come gli italiani dovrebbero essere.

ma non dal punto di vista dei valori umani sostanziali, quelli che implicano autonomia di giudizio e libertà di sentimento, ma dal punto di vista di quel congelamento formalistico dei sentimenti che diventa esteriorità pura, che non comporta adesione autentica e soggettivamente libera, ma che è pura adesione a riti sociali esteriori.

* * *

essere belli (anche nella variante moderna dell’essere ben vestiti, riccamente equipaggiati, pronti a manifestare i benessere e la ricchezza) è in Italia un dovere.

ovviamente è un dovere sociale anche altrove, che giusto lascia agli eccentrici il gusto e la libertà di vestirsi male, di avere una macchina usata pagata 500 euro sei anni fa, di cercare una bellezza più profonda oltre le regole piccolo- o alto-borghesi: quello che è stato lo scandaloso insegnamento estetico di Pasolini, pagato con la vita, in quanto era la sua trasgressione più profonda e l’unica veramente imperdonabile.

ma solo in Italia il dovere dell’estetica è così pervasivo da assorbire in se stesso ogni dovere, anche nella sua versione più casereccia e berlusconiana che la traduce nel dovere del godimento pecoreccio, nel quale la maggioranza degli italici sembra comunque riconoscersi.

è così potente il dovere dell’estetica, è diventato così inconsapevole, che attraversa e condiziona anche i tentativi di rivolta al tradizionalismo estetico.

se si considera il futurismo, che tentò la rivolta contro l’estetica della tradizione in nome della modernità, poi ci accorgiamo che della modernità sceglieva come valore principe la velocità – e non, che dire?, la comodità o la funzionalità: cioè il valore più estetico e meno democratico, quello che riconfermava in altro modo i poteri dell’uomo forte e il culto del superomismo: niente di strano che il futurismo diventasse ben presto niente altro che il substrato della rinnovata vulgata architettonica dello stile fascista piacentiniano.

* * *

il culto della forza sta dietro il delicato viso delle madonne del Botticelli o del Lippi; solo Michelangelo ebbe l’audacia di mescolare i generi e di immaginare delle sibille muscolose come i superuomini della sua galleria di statue, o i suoi profeti, mentre dall’altra parte Leonardo immaginava pittoricamente efebi delicati come fanciulle o ritrovava se stesso al femminile nell’ambiguo sorriso della Gioconda.

sempre una rivoluzione culturale italiana dovrà partire dalla dimensione dell’estetica, questo è il grande insegnamento di Pasolini; a questo popolo, che i profeti biblici avrebbero definito dal cuore duro, bisogna prima di tutto far toccare e condividere con mano altri valori estetici, un altro modo di godersi la vita, dato che l’unica estetica che conosce è quella della bellezza e del piacere.

non ci sarà alternativa possibile fino a che un’ampia maggioranza si riconoscerà dentro uno stesso sistema estetico.

il cambiamento di una cultura inizia dalla rivoluzione delle sue regole estetiche.

* * *

(dedico questo post – che difficilmente, credo, leggerà – a Luisa Ruggio, maestra straordinaria di uno stile che è ancora quello italiano dell’apparire, ma nel quale si esprime la ricerca di una verità interiore condotta con l’assoluto e spavaldo coraggio di chi considera il suo stile più importante della sua vita).

(dedico questo post a Patrizia Caffiero, altra indagatrice degli occulti valori del vivere attraverso la parola presa a martellate, come se fosse un prolungamento della realtà, e la letteratura un modo pasoliniano per modificare anche quella; in questo soltanto simile a me).

(dedico questo post a Jörg Schwipper, l’amico svevo che forse può capirlo più di altri, in quanto italo-tedesco (in Italia) come sto sforzandomi per altro percorso di diventare io in Germania e in quanto scrittore che condivide con me in questo momento – e da un quadro di ben differenti capacità espressive – il silenzio della scrittura letteraria come punto interrogativo sui doveri dello scrittore).

. . .

commenti:

Patrizia 8 gennaio 2010 alle 12:26
E perchè non Bellezza collegata a Verità?
proprio ieri stavo leggendo un saggio su Petrolio di P.P.P., atti di un convegno, e nell’introduzione Carla Benedetti racconta quanto la letteratura e l’arte in Italia, soprattutto dagli anni sessanta in poi siano slegate dall’impegno, dalla ricerca della verità, dalla connessione della Realtà. Un tema che ci appassiona da sempre.
Il tuo elzeviro è originale e spiazza il solito punto di vista sulle cose.
Oggi al telefono con mia sorella elencavamo tutti i fattori che hanno portato l’Italia a quella pozzanghera fangosa che sembra oggi (sotto la pozzanghera migliaia di resistenti cercano di respirare, studiano, pensano), e il tuo scritto spinge a pensare in profondità.
Buongiorno.

luisa 8 gennaio 2010 alle 13:15
Mio caro Mauro, io mi auguro sempre di aver guarito il mio stile dall’italianità. Ma poi leggo Hemingway e mi accorgo che sto ancora guarendo.
Tuttavia nella tua dedica, che condivido felicemente con due amici che considero anche due Maestri, rintraccio una speranza e un augurio per la direzione del mio laboratorio, che è la mia vita. Le due cose coesistono e si mescolano. Questa è una coerenza che imbarazza profondamente i miei editor quando si ritrovano per le mani bozze di racconti che tengono alla verità al costo di sputtanarmi.
Un mio amico che si vanta tanto di essere un filosofo e anche un cattolico, sottolineò con uno stupore sospetto questo aspetto del mio vivere la scrittura. Ed un altro che nonostante la sua penna formidabile non riesce a liberarsi di una vanità preoccupante per me che la intercetto come un cattivo odore, aggiustò il tiro di quell’altro dicendo che sicuramente fingevo tutti gli sputtanamenti della mia vita-scrittura, parlando del prestigio e del mestiere come cose che si usano quando si vuole mandare in porta una palla a effetto durante gli ultimi minuti di una partita fondamentale.
Certamente non posso prescindere dalla mia italianità e ciò che è peggio da questa città barocca che mi strozza per farmi la respirazione bocca a bocca. Così, ti confesso, il mio percorso è stato ed è tanto più difficile e complicato, perché implica il coraggio e la volontà di aprire gli occhi e lasciarsi dietro la pigrizia di punti di vista indotti dalla prospettiva architettonica e alfabetica in cui ho imparato a camminare, gioco forza. Quando non è tremendo, è divertente spogliarsi un pò alla volta di questi strati metempsicotici. Credo che il duro lavoro di chi vuole tirarsi via da certa dinamica estetica per andare verso la verità della bellezza e la bellezza della verità si misura col tempo di una vita. E naturalmente, una vita non basta.
Per questo sono un cantastorie.
Con affetto e gratitudine,
la tua Luisa

bortocal 8 gennaio 2010 alle 15:58
cara Luisa,
non sognarti mai, neppure per scherzo di “guarire il tuo stile” che mi sembra nel suo pieno fulgore, anche se, e forse anche proprio perché, è così tipicamente italiano, se per italiano qui intendiamo appunto dedito al senso della bellezza.
quello che tu dici di te è quello che proprio intendevo nella mia formula un po’ troppo sintetica che ti ho dedicato (sai quanto io diffidi della sintesi, e quando la tento, quanto mi ritrovi esposto a rischi di incompletezza e parzialità): in te appunto il laboratorio della scrittura non è affatto slegato da quello delle vita, tu scrivi prima di tutto con te stessa e per come sei.
“la verità della bellezza e la bellezza della verità” è la formula che qui sopra hai incastonato in una autoanalisi per niente compiaciuta e molto autentica, che è nello stesso tempo come un flusso pastoso di pensieri caldi e avvolgenti.
è la formula che ti dice perfettamente e che rispecchia la tua scrittura nella sua sincerità così assoluta da essere degna solo di chi è veramente e semplicemente grande; di questo ti siamo grati in tanti e non sentiamo il bisogno che tu cambi altro che seguendo la tua voce interiore se dovesse dirti qualcosa, perché di lei ci fidiamo più di lei che di noi.
un abbraccio.

bortocal 8 gennaio 2010 alle 16:06
cara patrizia,
ma come avete fatto ad arrivare fulminee entrambe al mio post, tu e luisa? allora wordpress mi mente quando mi segnala che quasi nessuno legge i miei post qui!
bellezza collegata a verità è proprio la formula che anche io ho inserito in un punto nascosto del post (“l’arte può fondarsi anche sulla verità, o meglio identificare la bellezza nella verità”): non posso dire che sia una formula molto originale, perché poi è molto manzoniana – vero è che lui ci aggiungeva anche il buono, e forse è proprio qui, per malandrini come noi due, che sta la differenza: che pensiamo che la verità non sia affatto buona o dolce di carattere…
sì, sono convinto come te che molti resistono sott’acqua – “a tutti puzza questo barbaro dominio!” (Machiavelli) – , solo che bisognerà prima o poi decidersi a venire fuori dall’acqua!
per fortuna cominciano a farlo i meno italiani fra i nostri concittadini, gli immigrati, ed è di nuovo una prova evidente dei vantaggi della interculturalità.
buon giorno e buona vita a te.

Luisa 9 gennaio 2010 alle 18:27
Per Patrizia e per Mauro:
ho trovato questa frase di Hem (Hemingway) e mi ha fatto pensare a voi, a questo post e al buon dibattito che ne consegue:
“Gli scrittori si forgiano nell’ingiustizia come si forgiano le spade.”
Prima di questa frase, ne avevo letta un’altra, sempre pertinente al nostro caso, in cui Hem dichiarava che lo stile è tutto, è ciò che va fatto e uno scrittore deve farlo fino in fondo, se poi alla fine, dopo che l’ha fatto scopre che risulta bello quello è solo un incidente. L’obiettivo non era il bello stile.
Vi abbraccio

bortocal 9 gennaio 2010 alle 21:57
cara Luisa,
la seconda frase di Hem mi sembra particolarmente adatta per una scrittura come la sua, che raggiunge lo stile, attraverso la negazione dello stile: qui Hem non ci sta dando una regola generale, ma giusto spiegando come arrivava lui al suo stile, che è uno stile in fondo piuttosto art deco, direi, dopo tanto liberty proustiano o alla Thomas Mann.
nell’art deco Hem sta assieme a Kafka o a Hesse, scrittori che costruiscono tutti lo stile per sottrazione e ricerca di essenzialitá, come lui.
quanto al discorso dell’ingiustizia è molto complesso, ma tento di fermarmi altrimenti patrizia mi accusa di prolissità. 😉
dico solo che tutti gli esseri umani e sempre vivono nell’ingiustizia, dato che giustizia e ingiustizia sono semplicemente un sentimento soggettivo.
come per gli altri sentimenti è sempre molto soggettivo che peso dargli nella vita e nella scrittura.
(toh, ho l’imoressione che mi sia tornato alle labbra un borforisma, ma dev’essere l’effettoc he mi fai tu).
è bello essere abbracciati da te, tanto più se assieme anche a pat… 🙂

Pat Caffiero con due f 9 gennaio 2010 alle 20:15
Cari matti furiosi (per fortuna),
troppi spunti in poche righe; uscire da sotto l’acqua, Mauro, è per questo che Luisa scrive i suoi libri, i suoi post, perciò è così – come dirlo? ma tu lo sai Mauro – con amici e conoscenti, suggestionando, seducendo ma non per far perdere la strada
e ho già ripetuto dal 2006 quanto mi lega a Luisa il suo essere aderente al suo demone, che sia luminoso, scalpitante, ombroso, passionale (quello sempre) potrei aggiungere una collana di aggettivi che riguardano l’essenza di Luisa, non l’apparire, non se ne parla proprio per lei di clichè, di statuine carine di Limoges messe sul mobile buono del salotto borghese.
Sospetto che Luisa uscirà dal pelo dell’acqua ancora di più, io sto a guardare e la seguo nelle sue evoluzioni, è questa l’amicizia, no?
Se parlo di Luisa in questo modo è perchè ho conosciuto altre scrittrici “qui”e ragiono per contrasto, non mi fate dire di più che divento MOLTO acida e non sta bene, vero?

🙂
In questo periodo sto scrivendo un libro su Pasolini, dopo tanti anni di studi e letture su di lui, che non mi stanco mai di leggere(amare) è tassativamente il secondo impegno di tempo ed energia dopo il lavoro in comune, tanto che ieri e oggi mi sono data una pausa per pulire casa, parrucchiere e vita, stavo esagerata, sono esagerata e voglio rimanerlo 🙂 l’ossessione per Pasolini si traduce in una casa piena di libri fotocopie evidenziatori schede. Pile di libri sopra il tavolo dove dovrei mangiare, per terra, dovunque.
Sto dirigendo la scrittura verso l’impegno in maniera più incisiva, e questo mi riempie di felicità, so che voi mi capite e vi manderò il testo quando l’avrò finito, tengo al vs giudizio in modo particolare (gh)
Mauro, per quanto ti riguarda è da un po’ che ti penso più del solito: ma perché non scrivi anche per riviste, anche riviste on-line? In Germania, in Italia. Solo, in quelle sedi scriverei, se posso permettermi di dirtelo, leggermente più sintetico, per essere più comunicativo, devo prendere le ferie per leggerti a fondo, signore con alto quoziente intellettivo, intrepido pensatore scomodo.
Inchino.
Doviziosamente.
Sentitamente.
ps.
Sì Lù ci siamo forgiati anche noi nell’ingiustizia, e ora ci ripariamo dagli schizzi dell’ingiustizia con l’ombrello di Hem., e dei fratelli.

bortocal 9 gennaio 2010 alle 22:21
sul rapporto fra ingiustizia e scrittura ti rimando al borforisma sul tema che mi è scappato di bocca, alla fine dell’ultima risposta a luisa: è uno spunto per superare l’estetica dell’impegno di socialista e brechtiana memoria, riportandolo alla sua dimensione soggettiva.
non capirò mai perché, per confrontarsi col tema dell’ingiustizia, lo scrittore – secondo Brecht – debba staccarsi dalla propria soggettività.
è per questo che ho molta fiducia in percorsi di chi scrive seguendo il suo demone, come luisa e te, perché la prima legge della scrittura è la sincerità, non la sincerità esteriore e banale, ma la sincerità a se stessi.
aspetto con impazienza di leggerti su Pasolini, passione comune e a volte anche elemento di divaricazione interpretativa fra noi due.
su quello che dici su di me, sono pago della scrittura da blog, è sufficientemente eslege da soddisfare il mio spirito viandante; con riviste e quotidiani qualche rapporto ho avuto e mi ci sono anche divertito, ma la lamentela dei direttori era sempre la stessa, che riporti anche tu: prolisso!
ostinato (ma non per questo convinto che i miei critici abbiano torto) personalmente riconosco la qualifica di prolisso solo a chi, alla fine di una lettura, breve o lunga che sia, ti lascia l’impressione di averti rubato il tuo tempo.
posso esercitarmi nella sintesi (i borforismi), ma la sintesi genera ambiguità, che per me stesso rischia di essere contraria alla legge della sincerità.
piuttosto, a volte mi capita di pensare che la sintesi si addica di più ad altre forme d’arte, come la fotografia o il cinema (anche se poi sono prolisso anche nei miei video): comunque una sperimentazione della sintesi mi viene meglio con una camera digitale in mano.
scusami se mi cito, ma come qui il video su You Tube citato nel post è la sintesi di questo post, così un altro video su You Tube é la sintesi di un altro post intero:
https://bortocal.wordpress.com/2009/11/23/185-il-colpo-di-stato-del-22-novembre-e-la-terza-guerra-mondiale/

ma in questo caso mi è chiaro che si tratta di usare un linguaggio diverso perché ci si rivolge a un pubblico potenziale diverso…
per il resto, io cerco di andare incontro ai miei pochi lettori, per evitare che si esauriscano sui miei post, variando spesso gli argomenti.
in questo modo ognuno ne trova sempre di indigesti per lui, che può saltare a piè pari, e concentrarsi su quel che ogni tanto può trovare di adatto al suo palato.
poi se pensiamo a quante cose inutili ci capita di leggere ogni giorno…
anche io penso a te in modo nuovo, dopo tanto tempo dalla nostra rottura che ha segnato così a lungo il nostro dialogo interrotto.

Pat Caffiero con due f 11 gennaio 2010 alle 13:08
Caro Mauro, sulla tua prolissità eventuale o presunta o reale ci vorrebbe un post, ma cerco di non essere prolissa 🙂
Intanto mi fa sorridere la tua solita altalena fra estremismi, o lunghi post o una frase; fantastico. No, prima di tutto non sei sempre prolisso, come tutti quelli che scrivono cambi energia a seconda degli argomenti e a seconda degli interlocutori, su questo secondo punto occorre secondo me mettere l’accento per quanto riguarda.
Siccome sei un puro, uno diretto con il linguaggio, insomma non scrivi per “vanità” ma perchè come dicono in emilia “non la mandi a dire” molto della tua prolissità o comunicatività dipende dall’interlocutore a cui ti rivolgi, o gli interlocutori potenziali…
Nelle lettere che mi mandavi in un certo periodo non eri mai prolisso, ad esempio.
Qualche volta invece la grande quantità di connessioni che vedi fra le cose, gli avvenimenti, le tue letture, le tue intuizioni ti fanno diventare magmatico e meno “seguibile”.
Ma quello che hai tu non è per niente UN PROBLEMA!!! La prolissità, come la chiami, la quantità (e qualità nel tuo caso) di cose da dire è normale e auspicabile negli scrittori, nei giornalisti, il lavoro di scrematura viene DOPO aver scritto, ma siccome, non so perchè, non ti senti un professionista e non hai deciso di metterti a fare sul serio con la scrittura non ti prendi la briga di sistemare l’articolo e di renderlo più comunicativo tagliando qualcosa.
Non so se sono stata chiara.
BAci.

bortocal 11 gennaio 2010 alle 18:35
tu hai detto bene quel che disse il da me pluricitato Voltaire nella lettera ad un amico: scusami se ti ho scritto a lungo, ma non ho avuto tempo per poter essere breve.
ma il problema non è solo il mio fastidio per le troppe rifiniture, che frenano il flusso vitale da un testo all’altro, da un argomento all’altro.
credo che chi scrive debba darsi degli scopi, come dici tu.
se ho un messaggio preciso da dare, in una comunicazione che mira a determinare una convinzione e dunque un’azione negli altri, concentro l’argomento, ma alla fine il metodo più efficace è pur sempre lo slogan.
ma se il tema della mia comunicazione è la complessità stessa del problema?
non saprei bene dire che rapporto ci sia tra le due tecniche di scrittura, che pure io uso; so che a volte ho un messaggio chiaro e netto da dare, altre volte voglio solo usare il post per pensarci meglio su.
e questi sono i post prolissi.
magmatico mi piace di più che prolisso, ovviamente; peccato che non abbia uno stile adeguato per meritarmelo.
io non mi sento un professionista della scrittura perché non lo sono, non ho fatto scuole di scrittura né di giornalismo, scrivo come vi viene, e siccome mi leggono in pochi registro di non avere particolari qualità stilistiche, e sono felice di poterlo dire senza farne un dramma.
del resto sai benissimo che faccio un altro lavoro, e fino a che dura questo non se ne parla di passare ad un altro, se non altro perché mi paga molto meglio, direi cinicamente.
quel che sto facendo di serio con la scrittura è il blog; una sola tentazione ce l’ho, un libro dal titolo “Il fratello gemello di Gesù”.
per questo potrei sacrificare anche un paio di mesi di blog, ma comincerò a pensarci al momento della pensione.
sono però assolutamente certo che non troverei mai un editore vero disposto a pubblicarmi.
è questa la fregatura del sistema editoriale che non mi va: che io devo sbattermi per mesi, scrivere un libro e poi mettermi a bussare a tutte le porte per trovare chi me lo pubblica col rischio di avere lavorato a vuoto: mi sembra logico che il libro preferisco scriverlo direttamente in rete, a questo punto.
solo che la rete ti dà una pubblicità irrisoria e solo apparente, questo lo abbiamo scoperto da tempo entrambi; per sfondare hai bisogno di una qualche potenza editoriale che scommetta su di te.
ma tu ci scommetteresti su uno come me? io no: la cosa più probabile è che a metà libro mi stufo e lascio cadere l’argomento; per tutti gli abbozzi che ho nel cassetto è successo così SEMPRE!
ti sono molto grato di questo supporto, comunque, vorrei che fosse chiaro, apprezzo molto che tu cerchi di farmi da stimolo, grazie.

La Pat 12 gennaio 2010 alle 0:12
Carissimo Mauro,
se fossi stata tua sorella o una tua collega o un’amica germaniken

🙂
ti avrei stimolato (tipo fraulein, temo) e ti avrei rieducato senza pietà, ma sono soltanto una tua amica blogger e non posso fare di più.
So che anche la prode Luisa ti ha dato ottimi consigli, non mi ha specificato i dettagli ma conosco la qualità del suo pensiero.
Sei quindi un inguaribile blogger. Io non ho mai pensato che il mio blog fosse una pubblicazione editoriale (serve per mille cose e anche praticamente per contattare persone, non è un libro, no!!) e litigo con i miei amici dell’ambiente editoriale quando dicono il contrario (vedi orridi romanzi tratti da blog in giro, non voglio far nomi). Per me la scrittura è quella prodotta nel laboratorio, in solitudine.
Però non credo che la scrittura da blog, sia narrativa che da elzeviro magmatico come la tua, non appartenga al mondo dell’arte.
Ho letto giorni fa un illuminante saggio di Carla Benedetti che tratta dell’impuro in letteratura; e un altro suo scritto su Petrolio di P.P.P. che ben descrive come sia un’opera a strati, che voleva come genialmente tu hai scritto lasciare una voluta sciatteria stilistica e la complessità del dettato come compito per il lettore, che doveva sbrigarsela lui, a decifrarla.
(e in questo modo usciva dal gioco letterario perbenista e vuoto del salotto editoriale dell’italietta)
Non che pensi che quello che sia scritto in un post sia arte tout court; ma credo che faccia parte della vita-scrittura dell’autore e che occorra tenerne conto complessivamente per leggerlo e amarlo.
Sono importantissimi i diari, i blog, le annotazioni, i disegni di chi scrive.. eccetera…
il discorso è un pò lungo… sto divagando…
… la questione vera è che – chissà perchè – tu non hai mai creduto fino in fondo a quello che pensi e che dici; non ci credo assolutamente che un tuo libro non troverebbe un editore. Soprattutto sugli argomenti che ti appassionano con veemenza e fantasiosa puntualità da anni (ne parlammo diverse volte, ricordi?)
Secondo me ci vorrebbe, come ho detto nel precedente commento, un lavoro di scrematura (se si tratta di un saggio), questioni tecniche da affrontare e risolvere, fare l’indice provvisorio, la suddivisione in capitoli, eccetera; sembrano baggianate ma queste sono le cose che guidano come un volano le opere degli studiosi; non si tratta di accademismo, ma di accorti procedimenti per lavorare bene e non disperdersi, per essere efficaci.
Parli di pensionamento che potrebbe portarti a una certa concentrazione…chissà. Lo spero, più di questo non posso fare.
e quindi alla tua domanda: sì, scommetterei in una tua opera FINITA
partirebbe poi la fase 2 delle critiche eventuali, normali da fare nei lavori NORMALI di editing alle opere di qualsiasi buon autore con il manoscritto compiuto fra le mani.
Bacioni affettuosi

luisadellamore 11 gennaio 2010 alle 20:27
diceva, la Dickinson mi pare, che le lettere sono un piacere umano negato alle divinità.
leggendovi e rileggendovi in questi commenti labirintici, direi che bisogna aggiungere ai piaceri negati alle divinità anche questo.

😉

Una fan di lou [= patrizia] 12 gennaio 2010 alle 0:14
che ti voglio bene si capisce, se te lo dico di nuovo divento melassa..
triplo gh.

bortocal 12 gennaio 2010 alle 21:12
ti rispondo in cima ormai, questa piattaforma sembra sdegnosa verso i commenti in coda.

bortocal 12 gennaio 2010 alle 21:53
cara patrizia,
dicevo che questo post è diventato l’occasione di un miracoloso revival: abbiamo ricreato almeno fra noi tre il clima magico di altri tempi e altra piattaforma blog dove non era un peso passare le sere a rispondersi cose belle.
sulle tue capacità rieducatrici ben più che teutoniche non ho dubbi, per averle già sperimentate allora, come ricordi benissimo 🙂
quanto a mia sorella, abbiamo rinunciato a rieducarci reciprocamente da un paio d’annetti, direi, avendo constatato che, nonostante tutte le apparenti somiglianze formali, le nostre visioni profonde del mondo sono antitetiche, e questo porta a lacerazioni tanto più irrimediabili quanto più fatte con calma e senza vistosi conflitti: non basta condividere ampia parte di un patrimonio genetico e neppure un’infanzia amorosa per essere simili.
– quanto alla scrittura non dubitavo che la tua concezione della medesima fosse meno eversiva della mia (prendi il tutto come una battuta).
però sono serio dicendo che in questo mi sento certamente molto pasoliniano: Pasolini ha cercato sempre la massima contaminazione possibile della parola facendo cinema, anche documentaristico, tenendo rubriche sui giornali, disegnando, adoperando la tv, usando sempre la parola per dialogare.
sono sicuro che se fosse stato ancora vivo, pur se vecchissimo, ci avrebbe mostrato qualche altra meraviglia creativa che col blog si può fare.
e avrebbe considerato pura la vita (come ha sempre fatto) e impura la parola che non riesce a dirla tutta.
certamente nell’interazione tra i media, che può mettere contemporaneamente in un rapporto di azione reazione fra loro il blog ha aperto delle possibilità espressive che la sola parola non ha, ma neppure il cinema o la musica: perché il blog può essere parola creativa, cinema, musica, contemporaneamente.
e in questo, guarda caso, ci ritroviamo tu, luisa ed io (ma dovrei aggiungere anche firdis, almeno qualche volta e in modo più discreto) e adriana, su un piano espressivo molto diverso.
ora io mi tiro fuori da ogni pretesa di sapere dire qualcosa su questa interazione e mi dichiaro un assoluto ignorante delle regole estetiche specifiche del blog che servono per farlo conoscere, però nel mio piccolo mi sento molto interessato a questa sperimentazione che supera anche i vincoli fra pubblico e privato realizzando uno degli slogan del Sessantotto (“Il privato è pubblico”).
tu dici che anche questa è arte; non lo negherò, se riporteremo la parola “arte” a un qualche significato post-romantico o post-decadente, dove ad esempio indichi ogni tipo di attività fine a se stessa con cui l’essere umano sottratto alla lotta per la sopravvivenza impiega creativamente il suo tempo cercando di ricavare diletto dalla sua stessa mancanza di scopi.
stavo per dire hobby, come vedi: e sembrerà a te una bestemmia.
questa mia definizione è talmente eslege che si preoccupa di porre una barriera invalicabile rispetto all’arte di massa: e in questo è indubbiamente parziale e sbagliata.
ma tu ne hai un’altra? certamente sì, e quindi cimentati a dirla qui o dove vuoi, se ti va: e se poi lo farai col tuo stile di squarci a volte violenti, ma sempre illuminanti, sarà doppiamente bello leggerti.
ma insomma, vedi che ci ritroviamo d’accordo proprio in quella tua che tu definisci divagazione e che a me pare il centro dell’argomento.
– io credo fino in fondo a quello che scrivo, sto sempre in guardia invece contro il demone della vanità che trasforma in perfetto imbecille chiunque tocca, e non credo fino in fondo nei lettori, questo è il punto.
farsi ascoltare è una fatica di Sisifo e quando succede, ho verificato varie volte che ogni ascoltatore sente da te quello che vuole.
per cui ogni scrittura rischia di ricadere su se stessa e a questo rischio, io non riesco a capire perché, mi sembra particolarmente esposta la mia.
ma mi rendo conto che sto cercando di smentire il tuo recente commento su mie risposte che non sono affatto prolisse. 😉
fermiamoci qui: o nel 2011 o nel 2013 andrò in pensione, non so ancora la data esatta; temo che allora sarò pronto a scrivere il mio terzo libro, dopo gli altri due sinora pubblicati – e abbastanza poco significativi.
– l’ultima curiosità, che già avevo già a proposito di Saviano, e che solo tu mi puoi risolvere: ma che cos’é il lavoro di editing? e perchè Saviano se lo fa fare da un altro?
– a proposito delle cose di cui mi piacerebbe scrivere e su cui credo davvero di avere da dire qualcosa di abbastanza originale, fammi il favore di vedere che razza di traduzione dell’inizio della Genesi mi è uscita di recente, qui: https://bortocal.wordpress.com/origini-del-cristianesimo/ in fondo al punto 3.
qui come vedi ho proprio avviato un libro.
ma arrivato qui sono rimasto come fulminato e non ho più il CORAGGIO di proseguire.
un grazie infinito per questi stimoli, che forse sono proprio quelli che mi servono.

Pat allorchè 13 gennaio 2010 alle 22:01
“e avrebbe considerato pura la vita (come ha sempre fatto) e impura la parola che non riesce a dirla tutta.”
che bello quando illumini con queste schegge.
Voglio ritrovare quella poesia che avevo letto (tua) che mi piacque tanto.
Ho tanto da rispondere, rimando per problemi di connessione e bisogno di rimasticare un pò
a presto, Sir.

🙂

bortocal 14 gennaio 2010 alle 5:47
cara Patrizia, anche io sono fuori casa fino a domenica.
prenditi pure tutto il tempo che ti serve.

. . .

Jenn 1 febbraio 2010 alle 7:40
Don Jorg, nice to see you here. You are doing a great job! Complimento! Praying for you,
jenn in NY

. . .

redpoz 10 gennaio 2013 alle 15:09
hai fatto caso che lo stile dei manifesti del PD è identico all’attuale? che Bersani abbia delle preferenze estetiche??
battuta a parte, vengo al punto del post: seguo la logica iniziale, che mi sembra comunque comune a tutta l’architettura mondiale almeno fino a temi molto recenti (ho già citato da me i progetti di Hitler per Berlino, ma potremmo anche pensare alla Royal Albert Hall di Londra o al Grand Palais di Parigi).
forse per coincidenza temporale, ma il tuo ragionamento sul conformismo mi ricorda molto Hesse… quindi aggiungo qui la banalissima constatazione che un minimo di conformismo è necessario all’ordine. un minimo.
ma credo tu ti spinga ben oltre impostando il ragionamento (commento in diretta).
tu sai come me che il “galateo” è una pratica diffusa non solo in Italia, ma anche altrove: in Cina, come in Zimbawe (un amico conosciuto in Tanzania mi raccontava per ore di quanto rigida e regolata fosse ogni procedura sociale: ingresso, saluto con battimani, tipi diversi di battimani per le diverse circostanze….). Personalmente ricollego il problema alla modernizzazione e conseguente liberalizzazione dei costumi dato dal superamento di forti legami personali, che in italia (“mafiosamente”- ritorna anche qui l’analogia con l’Africa) non è mai pienamente avvenuta.
anzi aggiungo anche che una certa dose di estetica rende più sopportabile l’oppressione, quindi più facile da imporre.
ad ogni modo, mi pare siamo a conclusioni abbastanza simili.

bortocal 10 gennaio 2013 alle 22:24
ah, ti riferisci a quelli del video: i manifesti col loro stile dicono che il PD è un partito conservatore di sinistra ;).
in architettura il gigantismo romano e rinascimentale ha fatto certamente scuola; però la tradizione costruttiva altrove è diversa: in Myanmar e nel mondo buddista, ad esempio (ma fa eccezione lo Sri Lanka) la moltiplicazione prende volentieri il posto dell’ingrandimento.
di Hesse si parla casualmente anche nei commenti.
mi sento molto legato a questo post, neppure mi ero reso conto che sono passati giusto tre anni; probabilmente mi ci sono affezionato anche per i commenti, che sono forse l’ultimo grande ricordo dell’intensa vita intellettuale che si articolava attorno ai nostri blog su blogs.it.
anche se oggi a rileggerlo il post non mi pare più così fondamentale nella mia storia personale, come invece è rimasto nella mia memoria.
quanto ai galatei occorre distinguere quelli delle buone maniere da quelli delle belle maniere… 🙂

redpoz 11 gennaio 2013 alle 9:18
non ho ancora cercato la citazione di Hesse nei commenti, ma provo intanto una mini risposta sull’unico punto in cui trovo un pò di dissenso, quello architettonico.
lo stile in Birmania è diverso, ripetitivo, ma vi sono influenze “maestose” anche in India, Cina, Giappone, Russia e persino in Tanzania (il “palazzo delle meraviglie” a Zanzibar).
inoltre, non troverei che lo stile ripetitivo sia meno maestoso… anche entrare nelle mille pagode che ci mostri, secondo me, da un senso di inferiorità dell’individuo….

bortocal 12 gennaio 2013 alle 7:30
c’è questo bel pezzo di dibattito qui sopra:
Luisa 9 gennaio 2010 alle 18:27
Per Patrizia e per Mauro:
ho trovato questa frase di Hem (Hemingway) e mi ha fatto pensare a voi, a questo post e al buon dibattito che ne consegue:
“Gli scrittori si forgiano nell’ingiustizia come si forgiano le spade.”
Prima di questa frase, ne avevo letta un’altra, sempre pertinente al nostro caso, in cui Hem dichiarava che lo stile è tutto, è ciò che va fatto e uno scrittore deve farlo fino in fondo, se poi alla fine, dopo che l’ha fatto scopre che risulta bello quello è solo un incidente. L’obiettivo non era il bello stile.
Vi abbraccio

bortocal 9 gennaio 2010 alle 21:57
cara Luisa,
la seconda frase di Hem mi sembra particolarmente adatta per una scrittura come la sua, che raggiunge lo stile, attraverso la negazione dello stile: qui Hem non ci sta dando una regola generale, ma giusto spiegando come arrivava lui al suo stile, che è uno stile in fondo piuttosto art deco, direi, dopo tanto liberty proustiano o alla Thomas Mann.
nell’art deco Hem sta assieme a Kafka o a Hesse, scrittori che costruiscono tutti lo stile per sottrazione e ricerca di essenzialità, come lui.”
ti cito poi anche un commento di maria, che forse avrai già visto, perché a differenza di questi è molto recente:
”Il senso artistico, non sostenuto da un forte e rigoroso senso morale, è uno dei maggiori pericoli per l’anima dell’uomo, perché può trovare la bellezza anche nell’avvenimento più feroce e volgare” ( S.T. Aksakov).
e la mia risposta:
“questo spiega benissimo come mai l’Italia sia un paese dominato dal senso artistico, e converge con le considerazioni che avevo fatto nel post che ho citato sopra nel commento a redpoz.
quel che dice Aksakov è il ritratto perfetto del nostro paese”.
d’accordo sulle diverse strade presenti in culture diverse per dare il senso della maestosità.
il carattere tipicamente italiano, e di lì, per trasmissione anche europeo, e spesso mondiale, sta nel preciso richiamo delle forme particolari della grandiosità romana.

redpoz 14 gennaio 2013 alle 9:36 · · Rispondi →
sì, la citazione di Aksakov ci sta tutta.
con l’aggravante – ma qui apriamo, credo, un altro campo di discussione – che il “senso morale” non è univoco, quindi può anche esserci un senso artistico come quello d’annunziano o futurista o dell’iconografia di Casa Pound…

bortocal 14 gennaio 2013 alle 18:23 – 18:28
sì, direi appunto che la tua è quasi una parafrasi.
l’estetica è totalmente soggettiva.
ma poi anche l’etica lo è: ciò che si trova soggettivamente bello è anche facile renderlo socialmente giusto.

. . .

ellagadda 16 aprile 2014 alle 22:40
Insomma, vedo che il bello è proprio un tema duro a morire, e a dire il vero ne sono lieta, perché, quando delle volte mi provo nel darmi un ideale, non riesco a non farlo coincidere col bello.
I monumenti.
L’uomo è piccolo. E’ un piccolo granello in mezzo a tanti granelli, voluto da nessuno, giunto per una serie di non necessarie catene di causa-effetto. Ogni uomo è un qualcosa che c’è ma poteva non esserci, e allora a un certo punto ha dovuto inventarsi Dio, o Cronos, o Caos, o Natura o boh.
Ha inventato questo Dio, che per essere tale doveva essere tutto ciò che l’uomo non è (necessario, infinito, onnipotente, etc), e a questo Dio l’uomo, il piccoletto, ha voluto dedicare templi e riti.
Fino a quando questo Dio era un po’, come dire, tangibile, fino a quando ha conservato una parvenza di materialità (ovvero fino al primo cristianesimo), questi templi erano tutto sommato a misura d’uomo, neanche troppo riccamente decorati. Poi a un certo punto questo Dio si è allontanato, ha lasciato fulmini e ire, anche suo figlio ha abbandonato la terra per il trono celeste, e gli uomini, per ritrovarlo, hanno dovuto temerlo: ed ecco il Medioevo con le sue altezze vertiginose, le sue punte spaventose, la tremenda sensazione di essere niente di fronte a Dio (l’Altissimo).
Era una trovata, maestosa, della Chiesa: fai sentire piccoli gli uomini e loro torneranno all’ovile.
Poi però, con l’Umanesimo e il Rinascimento, questo piccolo uomo si è detto: beh, sono piccolo, ma ben fatto, sono pur sempre a immagine e somiglianza di quello lì, quello perfetto. E qui troviamo gli uomini di Michelangelo: maestosi, fieri, belli, come è l’uomo, mortale, finito, ma bello.
E via nei secoli, fra vertigini e brusche ricadute, tutto un gioco di onnipotenze e piccolezze.
Ma è tutto qui?
No. Il Novecento ha scombussolato parecchio la nostra arte, ha scombussolato il sentire del mondo intero, ci ha fatto domandare: oh, ma l’uomo, ma che bestia feroce è?
Abbiamo riscoperto la miseria, la stessa che probabilmente circondava la povertà di tutti i secoli, ma che adesso era impossibile nascondere.
L’arte e il pensiero che sempre l’accompagna, si erano decisi a raccontare quest’uomo, perché non erano più così convinti di conoscerlo: arrivano il neorealismo, l’esistenzialismo, arriva l’uomo comune, quello che incontriamo mentre facciamo la spesa, quello che a un dio somiglia davvero poco. Ma il bello si è perso solo perché l’uomo si è ridimensionato? No, abbiamo solo scoperto una diversa grandezza del bello.
Eppure non abbiamo solo raccontato le nostre virtù, ad esempio Vincenzo Cerami ha sempre descritto con minuzia le meschinità più comuni, le bassezze più banali, quelle che commettiamo tutti, quelle che ci accomunano tutti, ma i suoi ometti hanno per questo perso in bellezza?
No.
L’arte, e secondo me quella italiana soprattutto, è vero che ha come ideale il bello, ma è proprio del potere (e non dell’arte) il limitare il bello ad un’unica dimensione, una dimensione messa in continua discussione proprio dall’arte.
Il bello è forse ciò che meno si adegua alle dinamiche del potere, le regolette e i rigori morali non sono mai belli, lo saranno per quei poveretti che ci cascano, ma non per l’arte o per il pensiero.
Che sia proprio la bellezza la radice delle rivoluzioni?

bortocal 17 aprile 2014 alle 6:54
cara ella,
hai scritto un post, non un commento, e sono contento di averti dato l’occasione di farlo.
mi hai dato anche l’occasione di rileggermi, un poco più distaccato dopo quattro anni, e di ripensarmi.
oggi darei a questa riflessione un titolo diverso: contro il senso ITALIANO del bello.
perché sono d’accordo con te che è proprio la bellezza la radice delle rivoluzioni: che cos’è una rivoluzione se non la voglia di ri-creare uno stato con un’azione creativa, e quindi artistica?
la giustizia sociale altro non è che l’estetica applicata alla politica, direi.
quindi il senso estetico non va rifiutato a priori; e tuttavia occorre distinguerlo da quello del bello.
il Novecento ha identificato l’arte non nella bellezza, ma nella creatività; in qualche modo ha segnato il divorzio definitivo dell’Europa dal concetto di bellezza rinascimentale: la bellezza intesa come adesione ad una norma precostituita.
tu hai tracciato in pochi tratti la storia del rapporto fra arte e religione: mi hai fatto ricordare la smisuratezza architettonica dell’antico Egitto, con la sua divinizzazione del potere e le statue colossali e irrigidite dei faraoni, a confronto con le statue umane a grandezza naturale della tradizione greca classica.
certo, anche in Grecia con Pericle nasce lo smisurato Partenone e poi con l’ellenismo di Alessandro Magno anche i monumenti greci si fanno grandiosi (l’altare di Pergamo); la stessa influenza arriva a Roma con l’impero che moltiplica le dimensioni dei templi e delle statue, secondo il modello egizio.
non ci ricorda che il modello imperiale romano nasce , anche simbolicamente, in Egitto dall’unione di Cesare e Cleopatra.
questo modello sopravvive nei secoli imperiali e di lì trapassa alla Chiesa, al Rinascimento, al fascismo.
non è l’unico modello di bello possibile: e la rivoluzione nasce appunto dal cambiamento del senso del bello, per prima cosa – come dicevamo di là.
in questo senso il bello PUO’ e dovrebbe non adeguarsi alle regole del potere che c’è, in nome del gesto più bello di creare un nuovo potere e una nuova realtà.

11 pensieri riguardo “contro il senso del bello – wp 6 [7] – 8 gennaio 2010 – 12

      1. Si
        sia dal punto di vista del bello che del potere appunto suggerito dall’architettura.
        Se penso a certe sede nazionali di istituti bancari… non posso che condividere il tuo pensiero.
        Quel tipo di bellezza fatta per far tacere la gente, il popolo. Incute soggezione.

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  1. Sono arrivato in fondo, almeno al tuo articolo, anche piuttosto facilmente; e non mi hai convinto. La stazione di Milano è tutto fuorché bella, così come il Vittoriano di Roma: è mastodontica, come noti giustamente, ma sono appunto le sue dimensioni (come quelle del Palazzaccio, che non per cado è il palazzo di giustizia, sempre nella Capitale) a dare la sensazione che tu descrivi, non la sua bellezza. Riguardo il Rinascimento italiano, poi, quella lettura è stata data a posteriori, ma non è la “bellezza” spersonificata (se mi perdoni questo termine) ciò che i contemporanei ammirarono e cercarono di riprodurre di Leonardo, Michelangelo e Raffaello: al contrario, i manieristi colsero il loro invito a fare dell’arte un fatto intellettuale, a studiare la natura ma a rielaborarla, tanto è vero che il manierismo è un’arte profondamente antinaturalista (basta pensare a Parmigianino). La normatività è stata imposta dopo (come è stata imposta dopo la normatività di Petrarca, ad esempio), e per renderla più “tollerabile” è stato inventato che è obbedienza al bello: ma il bello c’entra pochino, anche perché se penso alle opere di Leonardo o Michelangelo (e l’hai scritto anche tu) bello non è la prima cosa che mi viene in mente.

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  2. vediamo meglio i diversi punti, la tua critica mi fa riflettere.

    1. sul primo punto direi che stiamo parlando di due diversi concetti della bellezza: io parlo della bellezza sociale, tu della bellezza percepita soggettivamente.
    anche per me la stazione centrale di Milano è orrenda, ma chi l’ha costruita non intendeva certo produrre questo effetto estetico; al contrario voleva costruire qualcosa che sembrasse bello, che si imponesse come un bell’edificio.
    per farlo punta sulle dimensioni (una cosa che facevano anche gli egizi o i babilonesi, non a caso, e che qui sono una specie di modello mentale): ma qui la grandiosità prevale sull’armonia; altrove (Michelangelo) la sintesi è più riuscita.
    ma qui io rifletto su questa idea della bellezza che coincide con la manifestazione del potere, e in particolare anche del potere economico, non dell’idea della bellezza che possiamo avere tu ed io, come esponenti di minoranze marginali.

    2. la seconda critica l’ho capita meno. il centro della mia riflessione sull’arte italiana del Rinascimento è quello che direi, quasi sempre, il suo platonismo implicito: cioè la volontà di rappresentare un mondo idealmente perfetto; non la realtà com’è, ma come dovrebbe essere.
    non è una scelta a posteriori: la contemporanea arte fiamminga o quella tedesca si muovevano in una direzione contraria e questo loro rapporto con la realtà com’è anticipa chiaramente lo spirito della riforma (Duerer, ad esempio).
    questo fa capire che anche questa astrazione estetica italiana, che diventa normatività, è pur sempre un’espressione dell’arte al servizio del potere. rappresentava il signore rinascimentale come un uomo perfetto ed un eroe, e non i sordidi mercanti che contano i soldi, come facevano i fiamminghi. nobilitava il potere.

    insomma, sia nel primo che nel secondo caso l’arte socialmente dominante in un certo periodo storico è al servizio del potere e lo celebra o lo nobilita artificialmente.
    e credo che questo giudizio vada strettamente ribadito anche per l’arte ufficiale del nostro tempo.
    certo, non coinvolge concetti di bellezza alternativi, ma anche anche minoritari.

    ma qui si apre un discorso su che cos’è davvero la bellezza in sé: una coloritura particolare che assume la soggettività che afferma se stessa, poco diversa da una emotività stilizzata, a me pare.

    grazie davvero del commento e dell’approfondimento.

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    1. Sul punto 1., io contestavo il fatto che a chi l’ha “ordinata”, la stazione, interessasse che fosse bella: interessava forse a chi l’ha progettata, ma non al committente, che poi è chi esprime il potere che quella stazione vuole insegnare a temere.

      Sul punto 2., vale più o meno la stessa precisazione, secondo me. Con la differenza che qui il punto non è (solo) avere la Cappella Sistina, ma piuttosto avere Michelangelo, l’artista più “in” del momento, che lavora per te, e che quindi fa capire che sei così potente da poterlo assumere. Come se Draghi assumesse la Ferragni, per fare un parallelo.

      (Ah, nel commento precedente ho dimenticato: ma che il papa parli da una finestra grande come un palazzo, non lo sminuisce? Non lo fa sembrare, per contrasto, piccolo e insignificante?).

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      1. partendo dal fondo, perché la risposta è più facile: naturalmente chi ha costruito il palazzo del Vaticano non avrebbe mai pensato che il papa avrebbe mai parlato da quelle finestre immense all’insignificante gregge lì sotto; del resto il papa stava al Quirinale, non in Vaticano, e vi si è trasferito, come in sdegnosa prigionia, solo nel 1870. il primo che mi risulti che lo ha fatto, creando questa tradizione, fu Giovanni XXIII. non mi ricordo che Pio XII sia mai apparso in questa forma; del resto morì nel 1958 e la televisione in Italia arrivò nel 1954, rimase per qualche anno un oggetto poco diffuso nelle case (noi l’avevamo, credo, dopo che la morte della nonna materna permise di comperarne una con i soldi dell’eredità, e per mesi avevamo la casa piena di 30 o 40 persone che venivano a vedersela da noi); e senza televisione questa abitudine dei discorsi papali dalla finestra avrebbe avuto poco significato, nonostante il precedente dei discorsi straordinari di Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia. c’era invece già l’annuncio dell’elezione del papa dalla loggia della basilica.
        quindi la piccolezza del papa è un effetto non previsto, ma certamente fa risaltare l’importanza dell’istituzione che rappresenta, più che la persona.
        ma hai presente la scena indimenticabile di Benigni?

        sul resto: tu neghi l’interesse per la bellezza nei committenti, ma dici che cercavano soltanto il prestigio; ma da dove veniva il prestigio, se non dalla bellezza? – almeno in passato. voglio dire che se Michelangelo dava prestigio è perché faceva opere belle; oppure pensi che fosse una qualunque Ferragni? (che neppure conosco, e magari fa qualcosa di bello anche lei…).
        ma qui forse siamo arrivati al punto della morte della bellezza nella società contemporanea, sostituita completamente dal successo e dal rendimento economico, diventato unico parametro di giudizio. ma non era così in passato: Luigi XIV voleva che Versailles fosse immensa, sì, ma anche che risultasse bella, almeno secondo i canoni estetici del tempo.
        e questo conferma la natura aristocratica della bellezza, oggi sostituita dal “democratico” indice di gradimento, che rende economicamente.
        ma questo aprirebbe un altro discorso, temo troppo prolisso.

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