Luisa Ruggio, lettera a… bortologia 54 [III, 71] – 9 aprile 2009 – 434

2009-04-09 – 22:17:09

Il luogo dal quale ti scrivo non ha alcun fondamento.
Somiglia a qualcosa che abbiamo conosciuto insieme: terribile, mostruoso, pieno di cadute, sassi, mare.
Dai cori di risa, sale l’assenza della tua. Risata crudele, suono di pellicola del cinematografo, obbedienza monosillabica e profumo.
Naturalmente, sarebbe meraviglioso se tu ricevessi questa lettera per davvero.
Avremmo davanti la possibilita’ sproporzionata di stare tutta la notte, ancora una volta, avvolti in un abbraccio.
Nel rango di un’aritmia gloriosa. Che ci ha condannati all’esilio.
Vai a capire perche’.
Nei mesi del mio grembo sorge l’ovale dei tuoi figli mancati, e poi scompare.
Si esclissa, nel mio sangue frammentato. Aorta e tuono.
Ma rido, rido molto, per come i giorni ci punirono, dentro quelle cose che non avremmo potuto sopportare, separati, che pure abbiamo vissuto fino alle ossa, aperti con la forza, pieni di carezze rimaste a bruciare, acido, il palmo della mano.
La gelida canna di pistola del tuo sguardo, il canale sanguigno dei nostri addii.
Se avessi almeno un minimo di buon senso, non dovrei scrivere alcun nome su questa busta.
Dovrei aver capito la misura e l’autentica originalita’ del caso, che il destino potrebbe far si’ che tu – persino in queste condizioni eccezionali – risponda.
Allora, un dio indigeno, silenzioso e truffatore, si ritirera’ da tutte le pagine e noi passeggeri avremo l’impressione che i treni del mondo siano stati fermati in tempo e il sonno degli amanti custodito e la miseria di vivere invertita e la paura di amare infranta insieme al dolore di come poteva essere.
Il fuoco si e’ fatto conto salato, di tenerezza sovrumana. E ho saputo chi eravamo nella foto in cui manchiamo.
Mi vedi?
Nell’inutile fondale delle nostre voci mute, nella sordita’ delle distanze, nella pagina che mi macina, nelle nostre solitudini affollate che ascoltano i versi passare.
Tutta qui la poesia. Vertigine che svuota la schiena dritta di chi e’ stato accoltellato appena sceso da un treno.
Il mio petto e’ il fodero di quel coltello, tra noi e il passato c’e’ la pausa del sangue prima di scorrere e sporcarmi la camicia, i fogli da imbrattare che mi restano, coi giorni sbagliati, quelli giusti.
A chi mi chiede un consulto sull’amore, offro da bere due volte, non resta da fare altro che ubriacarsi come si deve, ho notato che le strade sono piene di persone che stanno in piedi nonostante il petto lacerato.
E resta sempre meno tempo, cosi’ e’ per tutti del resto, la vita e’ breve in ogni caso.
Percio’ bisogna scrivere prima che sia domani. Cosi’ almeno, nel raggrumo del non dormirti accanto, mando fianchi di carta a protezione del tuo corpo, come la prima volta che ti afferrai una mano.
Vedi, nonostante una certezza di smarrimento, ho versato vino in un bicchiere lontano. Sara’ questa la speranza?
Che ne sanno i vicari indifferenti? Che gli frega se il mio canto ha radici nell’uomo?
Nelle sue alluvioni, nel cuore bruciato.
Abbondantemente fraintesa, vedi, da tutti quelli che mi parlano e mi cercano compagnia senza accorgersi che sono un fantasma. Non una donna, ma milioni.
Non una lettera, ma tutte le lettere. Non un amore, ma tutti gli infarti.
Tu mi hai aiutato a cadere, mi hai aiutato a perdere il paradiso. Siamo diventati moltitudini di sogni agitati, metallo e farina dissanguata.
Grazie di aver condiviso con me la semplice tavola dei poveri innamorati, la sommita’ degli uomini comuni che l’amore innalza fino al freddo panico di essere perduti dentro un altro. A poco a poco, mi trasformero’ in polvere.
Saro’ una polvere piena del tuo odore.
Sigillai la lettera nella busta, la lasciai sul tavolo. Consegnai il kimono al guardaroba, la notte diluiva nell’alba.
Non mi voltai.
Per la nausea di vedere le rive del niente, limpido corpo di sabbia e fogli di carta, nel vento. Come le stazioni senza i treni a vapore.
A volte qualcuno ritrova le lettere scritte in quel bar, i rigattieri le comprano quando e’ ormai troppo tardi per quegli strani sembianti del cuore umano.
Che finiscono al banco dei pegni.

* * *

stralcio da LuisaRuggio Il bar degli appuntamenti mancati.
http://luisaruggio.blogs.it/2009/04/08/il-bar-degli-appuntamenti-mancati-5908380/

434

* * *

lacrime agli occhi, e basta.

io so.

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