il mio 68. 4. 10 settembre 2006 – borto68 4 – 802

10 settembre 2006 domenica 07:11 [?; effettivamente risulta pubblicato prima del n. 3]

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27 dicembre 1967

Sartre: “L’art est optimiste; les souffrances sont justifiées puisq’elles servent a faire de la beauté”.
l’arte è ottimista e le sofferenze sono giustificate perchè servono a creare qualcosa di bello.
È vero in parte: tanto che in me, con l’acquistare veraci esperienze del mondo e scoprirne ogni giorno dolori nuovi, si spegne gradualmente quell’entusiasmo che tradotto in segni azzurri sulla carta chiamavo poesia, ma che spingeva anche a cercare accostamenti di colori e di suoni in bella forma.
Subentra la disperazione scura e testarda, cresce coi giorni: ma anch’essa cerca nel lavorio del pensiero una legge logica che spieghi o riassuma, e nel lavorio delle facoltà fantastiche un’espressione, nonostante tutto, superindividuale.
È arte anche questa: ma non cerca la bellezza, non è solo questo che vuol comunicare: anche l’orrore fa parte di quel ch’essa vuol dire; e potrebbe essere un giorno solo l’angoscia, l’orrore.
Decisamente l’estetismo dell’arte mi fa sorridere: da quali remoti antri antidiluviani proviene? Dove sono le civiltà della bellezza?
Possiamo solo rimpiangerle, un po’ soltanto, perché il presente non ammette distrazioni: esso ci ha talmente vinto, che anche per combatterlo dobbiamo farne tutto il nostro io, e dedicarci tutto a lui.

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doveva essere una giornata veramente dura quel 27 dicembre: questo appunto riguarda una autobiografia ideale e non esplicita; va letto in trasparenza.
per un insieme di motivi dove venivano a coincidere assieme il personale straziato dalla tragedia familiare e la guerra lontana, ma incombente su tutta la società, finiscono davvero gli anni adolescenti.
erano stati caratterizzati da una vita perfetta, di sogno, incrinata solo dalla timidezza che, se non aveva impedito sentimenti sentiti come innamoramento, nell’assenza di ogni definizione sicura e codificata di che cosa sia questo sentimento, non aveva però consentito loro nessuna realizzazione concreta.
una vita di riflessione e di studio, di amicizie belle, di un disparte dedicato a stentati esperimenti di espressione artistica, protetta dalla sicurezza economica e dal senso del benessere.
infinite letture, che a volte erano state l’unica valvola di sfogo di estati innaturalmente solitarie, letture inusuali ormai anche in quella generazione: tutta la Bibbia, tutto Shakespeare, Cervantes, I Miserabili, tutto Cechov.
e prima ancora dell’adolescenza c’era stato tutto Poe e un’enorme quantità dei romanzi di Salgari di ambientazione indiana.
autori scelti abbastanza a caso e divorati con metodo, a cui si erano aggiunte le letture scolastiche, i filosofi, le critiche d’arte, l’ascolto della musica, i tentativi di pittura e qualche creta rimasta non cotta e poi alla fine trasformata in ceramica, cotta e dipinta.
la scelta della facoltà di lettere classiche, avvenuta non senza contrasti in famiglia, ma alla fine accettata con la certezza di tutti che mi avviava alla carriera universitaria, data la mia bravura. aveva codificato questo stile di vita.
nei mesi prima che si manifestasse il cancro in mio padre e anche dopo, avevo letto per preparare l’esame biennale i classici della letteratura italiana: letture integrali, cui seguivano esami minuziosi; i classici latini, a decine, nel testo originale, una scelta pesante di classici greci.
riuscivo a leggere senza difficoltà anche queste lingue.
per l’esame di tedesco mi ero letto Kafka; Cesare Musatti, il più grande psicanalista italiano mi aveva fatto conoscere Freud; Lucio Gambi aveva dedicato un corso alla storia della demografia e ai problemi delle migrazioni: si parlava allora solo di emigrazione italiana, nessuno pensava che potessimo diventare terra di immigrazione: ancora c’era gente che andava a lavorare all’estero, minatori in Belgio, metalmeccanici in Germania.
senza che lo sapessi la vita stava disponendo le caselle di quello che sarei stato.
ma questa quiete riflessiva, che aveva visto attenuarsi anche i conflitti tra mio padre e mia madre che avevano amareggiato la mia infanzia, e invece cominciare a profilarsi dei conflitti ideologici tra me e lui, era stata lacerata nell’estate da quella terribile profezia.
mio padre, da poco tornato dall’ospedale, era salito quel pomeriggio sul mandorlo per raccoglierne i frutti: senza scala, si era tirato su, agile e scattante, e se ne stava a cavalcioni dei tronchi a sette otto metri da terra scuotendo i rami, e mia madre dalla cucina dalla quale lo sorvegliavamo attraverso la finestra aperta sul balcone immerso nel verde della collina riferiva la diagnosi incredibile e mortale che lo avrebbe voluto in vita al massimo fino ad ottobre.
non si poteva crederlo: a quasi sessant’anni mio padre era ancora asciutto come un ragazzo, e aveva conservato anche un qualcosa di entusiasta che lo faceva apparire più giovane, anche se nell’ultimo anno era invecchiato parecchio.
ma il degenerare della sua situazione fisica verso dolori intollerabili era stato rapido: il tumore era proprio annidato all’apice del polmone sinistro nel punto in cui i nervi del braccio uscivano dalla spina dorsale e li comprimeva.
come ci era stato spiegato, mio padre doveva convivere con la sensazione del tutto reale per lui di chi ha un braccio spappolato sotto un camion.
mi era sempre meno consentito quel mondo quasi da certosino dove avevo coltivato le mie capacità di analisi e le mie conoscenze per anni, sia perché spesso era impossibile trattenersi in casa per le urla e i lamenti che provenivano dalla camera, sia perché gradualmente dovevo subentrare a soli 19 anni nella gestione della piccola impresa con due dipendenti che mio padre aveva affiancato al suo lavoro di dirigente e per la quale si era ampiamente indebitato.
si deve aggiungere che, mentre l’allevamento industriale di polli si era rivelato un buon affare, il successivo allevamento industriale di vitelli era stato un fiasco completo: i vitelli rifiutavano di farsi allevare in batteria come i polli, allattati con macchine, e semplicemente morivano, morivano troppo, senza neppure un chiaro perché.
pertanto mio padre dedicava le sue ultime forze ad una trasformazione rapida anche del secondo allevamento ad avicolo, per evitare una catastrofe che ci avrebbe ridotto sul lastrico e fatto perdere tutto, e toccava a me aiutarlo per quello che potevo, nella mia più assoluta inesperienza delle cose del mondo e totale ingenuità.
di quanto avveniva intorno non parlo ulteriormente: la situazione si stava facendo di giorno in giorno più tesa: la rivoluzione culturale maoista sconvolgeva la Cina, ma i suoi effetti stavano scuotendo il mondo.
avevo avuto nell’ultima classe del liceo un compagno (poi finito a fare una vita da semi-colonialista in Somalia) attivo in un gruppo marxista-leninista.
erano gruppetti politici di poche persone, che ricevevano probabilmente modesti finanziamenti dalla Cina stessa tramite l’Ambasciata albanese (lo suppongo ora, allora neppure immaginavo che potessero esserci problemi di questo genere).
quel mio compagno, ripetente proveniente da un’altra classe, altezzoso, scostante nella sua barba risorgimentale bionda, mi pareva un pazzoide: aveva scontri quotidiani coi i professori, anche con quello di filosofia, Mario Cassa, esponente di spicco della sinistra bresciana, un liberale crociano marxista (il mio gusto dei paradossi deve venirmi da lui), poi docente universitario a Verona, che scriveva un libro all’anno o quasi ed aveva un personalità magnetica.
in quelle dispute mi trovavo sempre a parteggiare per il comunismo liberale del professore contro le visioni dogmatiche e i toni arroganti di quel mio occasionale compagno, che mi sembrava un chierico, come i due che erano arrivati pure quell’anno, in fuga dal seminario.
nessun contatto quindi con questa gente per me poco affidabile, che finiva in gruppetti affini, che peraltro si combattevano ferocemente tra loro su questioni ideologiche idiote e assolutamente marginali.
un altro, di cui c’era fama in città, un sindacalista in una fabbrica chimica, è poi diventato deputato di un partito suo di pensionati che ha appoggiato Berlusconi la scorsa legislatura ed è stato determinante per farlo affondare in questa.
i ragazzi sono molto sensibili, si fanno guidare dall’istinto: l’istinto mi faceva guardare con fastidio questa gente e me ne tenevo e me ne sono sempre tenuto ben lontano.
ma il mio spirito di riformista moderato di area socialdemocratica, quale ero diventato per coerenza, dopo avere abbandonato la fede religiosa e le simpatie per il progressismo cattolico, vacillava di fronte all’evidente spirito di compromesso del governo di centro-sinistra.
e come la linea incerta post-conciliare della Chiesa di Paolo VI aveva consolidato la mia decisione di non sentirmi più cattolico, così la ipocrita solidarietà con gli americani del governo, dove i socialisti avevano il ministero degli Esteri, mi disgustava progressivamente e mi faceva allontanare da loro.
non era un percorso chiaro, non avevo altri punti di riferimento: vi era solo una sofferenza e una rabbia per un avvenire cupo da ogni punto di vista, che non trovava chiara espressione.

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ora, se torniamo a quell’appunto, esso delinea proprio, senza descriverla, questa mia crisi.
avevo sino ad allora cercato la bellezza, ma mi veniva tolto il senso delle cose.
dedicarsi ancora alla bellezza negli stessi termini non era piu possibile: diventava prioritaria la ricerca del senso.
con un sorriso leggo questo mio modo di esprimermi quasi leopardiano, arcaico “veraci esperienze del mondo”, “dolori nuovi”, “disperazione dura e testarda”.
rivendicavo il carattere di arte anche al “lavorio del pensiero” che non si arrendeva alla mancanza di senso, all’espressione dell'”orrore”.
e arrivavo a dire che perfino il puro orrore, l’angoscia potevano essere considerati arte.
insomma, stavo cambiando il mio modo di scrivere poesia (fortunatamente), i versi scarni e senza ricerche formali di alcun tipo del post n. 3 ne erano già un esempio.
per l’esame di francese avevo letto Sartre.
il tema dell’impegno dell’arte mi aveva ormai coinvolto.
stavo leggendo Brecht, naturalmente, e anche il suo modello letterario fortemente neoclassico mi indirizzava in questo senso: verso una scrittura povera, fatta di idee e non di parole.
ma con ciò avevo posto le basi della contraddizione che mi ha paralizzato per tutta la vita: cercavo un’arte razionale.
avevo bisogno di una risposta ai miei perchè e questo era prevalente rispetto ad ogni altro obiettivo.
sempre sul confine col rischio che tutto questo diventasse solamente nevrotico.

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venne ri-pubblicato la prima volta qui il 31 dicembre 2016 alle 07:40, con questa integrazione del titolo: 4. Sartre e l’arte

Un pensiero riguardo “il mio 68. 4. 10 settembre 2006 – borto68 4 – 802

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