372-06 Pabloz, La morte di Claudio – 11 marzo 2006 cor-pus 214

che strano: di Paolo Zardi (pabloz) ricordavo soltanto il rifiuto iniziale di collaborare al mio blog e non anche questo successivo momento di effettiva collaborazione, invece.

del resto non ci furono altri sviluppi.

e neppure nessuna spiegazione della mancanza di altri sviluppi.

chissa`, forse si era accorto che anche soltanto con l’impaginazione e l’editing alteravo la purezza del suo testo.

col senno di poi forse la mia proposta era un poco arrogante e mal formulata.

pero` resto convinto che il suo inguaribile individualismo narcisista non sarebbe stato vinto neppure da una richiesta formulata nel piu` elegante e corretto dei modi.

in ogni caso non ricordo che mi abbia invitato piu tardi, quando creo`, lui, effettivamente un blog di gruppo.

che era effettivamente tale, e non uno sguardo soggettivo sui blog degli altri, come la mia bortologia autoreferenziale.

(il narcisismo che rimproveravo a pabloz era solamente il mio).

col senno di poi, peraltro, trovo nel racconto di pabloz alcuni tratti stilistici veramente rozzi e quasi puerili.

l’incipit, per esempio, che sembra l’inizio di un racconto di Woodstock, l’uccellino grafomane di Schulz.

ma tutto il racconto oscilla continuamente fra una dimensione dilettantistica che lo rende quasi parodistico e una effettiva straordinaria grandezza, come nelle immagini potenti che si susseguono subito dopo.

pabloz si fara` come scrittore: non era ancora diventato Paolo Zardi. 😉

. . .

Donnerstag, 11. Mai, 2006 – 00:01:52

che strano, è giusto mezzanotte, la prima mezzanotte, quella iniziale, dell’11 maggio

e qui comincia la collaborazione di pabloz a questo blog.

lo ringrazio di avere accettato la mia proposta e, quando avrete letto questo post, lo ringrazierete anche voi.

(titolo e fotografie sono redazionali, in altre parole, mie).

. . .

Lupi

“Ed ora… il silenzio…”: sono state queste le ultime parole che Claudio ha detto prima che la morte lo avvolgesse nel suo manto di gelo. Gli ho chiuso gli occhi, perché ancora mi fissava. Mi sono sorpreso a non riuscire a piangere; ho solo sistemato un po’ i miei capelli bianchi. Laika, la nostra cagna, un pastore tedesco di nove anni, ha guaito. Il suo verso è sembrato un pianto senza alcuna speranza.
Poi ho deciso di seppellirlo. Ho aperto la porta della piccola capanna nella quale vivevamo da più di venti anni; ho preso Claudio per le braccia e l’ho trascinato fuori, con fatica. La sua schiena è passata sul legno del pavimento, sulla ghiaia sparsa davanti alla casa, sulla terra umida del bosco vicino. Ho disteso il suo corpo nei pressi di un abete. C’era un forte odore di funghi, e di resina. Il cielo volgeva al rosso del tramonto. Mi sono inginocchiato vicino a lui, per pochi minuti; gli ho stretto la mano, l’ultima volta e poi, con fatica, mi sono rialzato per tornare a casa. Nella notte, i lupi, scesi dagli Urali 30 anni fa, o gli orsi bruni dei boschi francesi, avrebbero restituito Claudio alla natura dalla quale era venuto.
A casa mi sono lasciato cadere sulle stuoie di paglia, senza forze. Le gambe mi tremavano, e il fiato era corto e doloroso. Ho sentito la mia vecchiaia raddoppiare il suo peso. Mi sono asciugato il sudore dalla fronte; poi ho cenato, con le otto pastiglie previste per la sera: alla sesta ero già sazio. Studiate dai Cinesi per le loro missioni su Marte, contenevano tutto quello che può servire ad un uomo per vivere: la giusta proporzione di carboidrati, proteine, vitamine e grassi. Mancava solo il gusto. La digestione ha richiamato il sangue dal resto del corpo verso lo stomaco; mi sono sentito ancora più debole e stanco, più pesante la testa, e mi sono addormentato.

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Nei sogni sono tornato ancora una volta ad un giorno di 76 anni fa. Il risveglio nella casa delle vacanze, tra le colline della Toscana. La colazione con mia madre e i miei due fratelli. La piccola passeggiata intorno alla nostra villa, tutti assieme. Distesi sui prati, guardammo le nuvole mutare forma e consistenza; con la nostra fantasia di bambini vedemmo ogni cosa. Poi il pranzo nella terrazza sul giardino. A sei anni, tutto questo assomigliava molto alla perfezione.
Poi il sogno si fa più agitato. Si avvicinano le 15 e 31 del 16 luglio del 2012. Io sono in bicicletta, sul prato. I miei due fratelli si stanno spingendo sull’altalena. Mia madre legge un libro seduta su una sedia a sdraio. Poi il sole, d’improvviso, aumenta la sua luce. Il cielo diventa quasi viola e tutti noi ci copriamo gli occhi. La luce cresce ancora, per pochi secondi. Poi il cielo torna al suo colore naturale, o forse noi ci abituammo alla sua nuova tonalità. Le nuvole sono tutte sparite. La pelle ha l’odore di una gallina morta alla quale siano state bruciate le piume.
Corriamo verso mia madre, che ci accoglie, serena, tra le sue braccia. Dopo pochi secondi squilla il cellulare; sul piccolo schermo compare il volto preoccupato di mio padre.
“Avete visto anche voi?”
“Sì” risponde la mamma. “Che cosa è stato?”
“Non lo so… non lo so…”

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Mi sono risvegliato dal mio sonno. Non so quanto sono rimasto così, appisolato sulla stuoia di paglia. Fuori il sole se ne era andato. Laika mi guardava stupita, come se l’assenza di Claudio potesse essere spiegata. Mi sono alzato, sapendo di non aver nulla da fare. Ho ascoltato il vento soffiare tra le montagne; il suo suono antico. Ho guardato le mie mani, secche come i rami degli alberi, scossi da questo autunno che potrebbe essere l’ultimo. Ho parlato, per non perdere l’abitudine alla mia voce; ma Claudio non ha risposto.

“Non lo so…”. Nessuno sapeva spiegare cosa era successo; o almeno non con parole che un bambino potesse comprendere. La mamma, prima di spegnere la luce della mia camera, quella sera, mi ha raccontato che il sole si era un po’ arrabbiato con il mondo, e aveva voluto spaventarlo con quella fiammata. Io mi annusavo ancora la pelle completamente glabra; sorridevo, perché ciò che era successo apparteneva a quel mondo fatato che spesso sognavo con i miei fratelli. Ma nei giorni successivi percepivo un’atmosfera tesa. Gli adulti avevano sguardi appuntiti. E gli occhi sembravano quelli degli insonni.

La notte avanza. Il buio avvolge la vallata che si stende di fronte alla finestra della capanna. Non si vedono luci, in lontananza; da molti anni, ormai. Ho preso un libro, dalla catasta che ingombra il lato nord della mia stanza, e ho iniziato a rileggerlo. Odi ed Epodi di Orazio. La mia attenzione si ferma sempre sul Carpe diem. Non esiste nulla che rappresenti meglio questo nostro presente. L’ho letta ad alta voce, prima in latino, poi in italiano; la prima lingua è morta qualche secolo fa; la seconda lo sta facendo ora, sulle mie labbra. Vorrei trovare le parole più dolci per accompagnarla verso la sua fine silenziosa.

StradaAssietta2

I primi ad accorgersi di quanto stava succedendo furono i ginecologi. Forse ciascuno di loro lo intuì per conto proprio: troppo improvviso il crollo verticale di nuove gravidanze dopo il luglio del 2012. Furono messi in preallarme i reparti di ostetricia degli ospedali. Il 18 aprile del 2013 nacque un bambino in India, a Bombay; il 19 aprile ne nacque uno a Pechino; il 21, alle 10.25, l’ultimo, a Milano. Da quel giorno, nessuna creatura umana è venuta al mondo.
Alla fine del 2013 i sistemi ospedalieri delle diverse nazioni iniziarono a considerare la possibilità di chiudere, almeno temporaneamente, i reparti di ostetricia. Nel gennaio del 2014 fu prodotto l’ultimo tester per la gravidanza. La vendita dei preservativi crollò in quei mesi; allo stesso modo è calata la produzione di articoli per neonati. Nel 2019 non esistevano più asili; nel 2024 toccò alle scuole elementari, nel 2027 alle medie. Non esistevano più fabbriche di pannolini, di ciucci, di carrozzine. Ma già all’inizio del 2015 il 18% del prodotto interno lordo dei paesi più industrializzati del mondo era destinato a cercare di scoprire cosa era successo nell’estate del 2012. Le scuole superiori furono convertite in enormi laboratori di medicina e ingegneria genetica; gli studenti più brillanti delle diverse facoltà furono spostati a biologia e a medicina. Ogni sforzo fu indirizzato verso un unico obiettivo: capire perché tutti gli uomini del mondo erano diventati improvvisamente sterili.

castagno

Il castagno che vive nel giardino di fronte alla mia capanna, anche quest’anno ha riempito le proprie braccia di ricci. Tutti i suoi figli sono appesi a quei rami; la sua prolificità, a volte, sembra un mostruoso insulto all’estinzione del genere umano; o una beffa crudele. Non eravamo noi, dunque, i figli di Dio; non eravamo i padroni di questa terra, ma solo passeggeri frettolosi. Abbiamo incassato il nostro premio nel volgere di pochi secoli, e poi Dio, il padre di quali esseri viventi?, ci ha spinti verso il silenzio.

La causa della sterilità era da ricercarsi nelle radiazioni prodotte dall’improvvisa fiammata del sole, il 16 luglio del 2012. Tutti gli spermatozoi presenti al momento del lampo erano stati bruciati; allo stesso modo le ghiandole che li producevano.
Le speranze di quegli anni furono, una ad una, tradite dalla realtà: i bambini non ancora sviluppati sarebbero stati sterili? Sì: nel 2024 si ebbe la prova definitiva di questo. E i bambini che erano ancora nel ventre materno? Nel 2030 l’uomo più giovane del mondo aveva 17 anni, ed era sterile.
Si tentò la clonazione; ma non si ottenne alcun risultato sensato. Seguì un’impotente rassegnazione.

Un’altra notte è passata. Ho dormito, con il sonno leggero di chi, ormai, ha lasciato dietro di sé gli anni da vivere; ho dormito un sonno che sembra togliere le forze, anziché rigenerarle. Laika mi è venuta vicina, mi ha leccato il viso; noto il turgore del suo ventre, delle sue mammelle; è incinta. Sono assalito da un misto di cieca invidia e rabbia disperata; ma la mia rabbia è stanca, è quella di un uomo di ottantadue anni. Con lei vado a vedere il corpo di Claudio; ma a poco più di dieci metri capisco di non poter sopportare la visione dello scempio che la natura fa della carne di chi si è amato. Torno indietro, lacerato dal duplice e contrastante desiderio di immergermi nella morte di Claudio, e del mondo, fino al midollo – fino a farla diventare mia – e di sfuggire, invece, al suo odore putrido ed osceno.

L’assenza di nuove nascite mutò radicalmente la vita di ogni uomo. Le abitudini sessuali cambiarono, poiché ogni rapporto di coppia era in ogni modo destinato a non produrre prole. L’omosessualità cessò di essere considerata contro natura. Divorziare diventò molto più semplice, non essendoci più figli da tutelare.
Il reddito pro capite dei cittadini del mondo aumentò notevolmente, poiché nel giro di vent’anni la parte non produttiva di una nazione era rappresentata dai soli anziani. La propensione marginale al consumo crebbe a dismisura: il risparmio non aveva più alcun senso. A volte si aveva l’impressione che la nostra vita dovesse finire di lì a pochi giorni; la realtà è che riuscivamo a vedere, lo vedevamo sui nostri calendari, nelle nostre agende, l’anno in cui la nostra specie sarebbe sparita. Capimmo che la percezione, o l’illusione, dell’eterno susseguirsi di generazioni, aveva regalato la sensazione di una vita infinita a chi ci aveva preceduto.

A casa, mentre mangio la razione di pillole per il pranzo, penso a Dio, che ci avrebbe creati a Sua immagine e somiglianza. Allora capisco che se Dio esiste, non è progresso, non è futuro; è silenzio, forse. Oppure anche lui sta morendo, in qualche punto buio dell’Universo.

L’affannarsi degli uomini nel cercare la soluzione al problema della sterilità non durò poi molto. Ogni persona poteva continuare la propria vita senza esserne preoccupato. Ciascuna nazione produsse, nel volgere di pochi anni, una quantità di cibo a lunga conservazione sufficiente per nutrire tutti gli esseri umani presenti nel mondo fino al 2130; non fu necessario adoperarsi al fine di reintegrare le risorse utilizzate. Nel 2070, mentre si stimava che in Africa non vivesse già più alcun uomo, quando la mano d’opera era sempre più scarsa, e diventavano più complicati la produzione e il trasporto dei beni, ad ogni persona fu consegnato un pacco contenente tutto il necessario per continuare, in solitudine, la propria strada verso la fine: le pastiglie Cinesi, medicinali, vestiti. Nessun foglio di carta, né penne. Tutti i negozi chiusero; tutte le attività produttive cessarono. Sul mondo calò un silenzio che non si sentiva da qualche centinaio di anni.

codice

Il progresso, il futuro: queste parole hanno un senso solo se agli uomini che tornano alla terra corrispondono altrettante nuove creature.
Stampare libri, in molte copie e creare biblioteche; tramandare una lingua, o le poesie dei nostri antenati. Sfinirsi su teorie fisiche di raffinatezza estrema; scolpire il marmo informe o dipingere tele con l’olio odoroso. Creare. Ogni cosa è fatta per gli uomini che verranno.
Ma la generazione alla quale appartengo non ha avuto nessuno dopo di sé: un vuoto silenzioso, colmo solo di una rassegnata disperazione. Abbiamo percepito la morte del genere umano, pur essendo vivi. Abbiamo pianto per coloro che non sono mai venuti, abbiamo pianto il loro non essere mai esistiti.

Poco dopo aver rinunciato alle ricerche sulla sterilità, i governi del mondo decisero di costruire una serie di edifici da destinare al nostro perpetuo ricordo. Questi furono riempiti con ogni sorta di cianfrusaglie prodotte dall’uomo; libri, statue, quadri, la musica. L’obiettivo: consegnare la nostra storia a chi verrà dopo di noi, permettere il passaggio del testimone della sapienza. Non avendo figli, li abbiamo cercati nel futuro remoto.

Ma nessuno vedrà più questi boschi con gli occhi di un uomo; le civette scruteranno per millenni il buio con i loro sguardi vigili, e i lupi cercheranno tra i tronchi la sagoma della loro prossima preda. Questa natura, nata qualche miliardo di anni fa, non sembra sentire la mancanza di noi.

Mi siedo ancora sulla stuoia, con la schiena appoggiata al muro di legno della mia capanna. Piango per Claudio, il piccolo Claudio come sempre l’avevo chiamato; era lui l’uomo più giovane del mondo, il limite inferiore dell’Homo Sapiens; per certi versi, l’ultima speranza. Ora l’ultima speranza giace nel bosco sopra la mia capanna silenziosa; il mio essere ancora vivo smentisce che sia lei l’ultima a morire.
Tra le mie gambe, ho aperta la Bibbia, l’Apocalisse di San Giovanni. La mia lettura è sempre più difficile; sono stanco, come non lo sono mai stato. Ma nel mio scivolare verso la quiete informe, acquisisco una certezza, con chiarezza sempre più tagliente: il suono della fine del mondo non è quello delle trombe degli angeli di Dio, ma questo silenzio, infinito, che mi circonda.

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