fuori sacco: a proposito della lezione universitaria tenuta da Ratzinger a Ratisbona il 12 settembre 2006.

in una discussione su un altro blog mi e` stato richiesto di documentare quello che scrissi sul tema definito dal titolo; lo ripubblico qui fuori, dall’ordine cronologico, per renderne la consultazione possibile.

si tratta di due post.

ma rinviano, nelle citazioni, e poi negli sviluppi dei commenti, ad altri post ancora, purtroppo al momento tutti travolti dalla cancellazione della piattaforma di blogs.it, e presenti per ora quasi tutti soltanto nel mio archivio personale, intanto che vado ripubblicandoli pian piano qui.

avevo promesso nel 2006 che avrei raccolto in un unico testo, almeno virtuale, tutti i miei post su Ratzinger: mi rendo conto che sarebbe utile farlo.

. . .

376. un grande docente universitario

se ieri sera non fossi già stato duramente provato psicologicamente e reso incapace di scrivere, se non avessi avuto la giornata terribile che ho avuto, se oggi non fossi crollato a dormire per lo stress ancora alle otto di sera, avreste già letto da almeno 24 ore un mio post che si sarebbe rivelato sommamente inopportuno.

comunque, visto che oramai sono sveglio e ho solo una vaga sonnolenza, scrivo adesso quel post, col titolo che ha questo: e vediamo che cosa cavolo succede.

sarà un post stralungo (e se lo dico io…), quindi ve ne do il riassunto e riassume il mio rapporto ambivalente con Ratzinger.

* * *

l’ultima cosa che ho fatto ieri sera è stato di leggere e salvarmi sul pc la lezione tenuta da Benedetto XVI all’Università di Ratisbona, un testo molto ricco, che tocca punti fondamentali della tradizione culturale occidentale, con una grande profodnità di pensiero.

l’ho letta in stato di beatitudine mentale ed era cosî affascinante che mi sono detto: che fortuna che non ho vent’anni e che non ho quest’uomo come docente universitario, perchè mi avrebbe convinto, come mi hanno convinto a vent’anni le grandi menti di Pintor e della Rossanda a credere in Mao.

Ratzinger è un grande docente universitario, una mente straordinaria, ma che pessimo papa!

qualcosa di simile avevo già scritto (e pochi se ne sono accorti, perchè si fermano più volentieri ai miei post più distruttivi e superficiali) a proposito della enciclica di Benedetto XVI.

ora, come è successo per quella enciclica, ho bisogno di tempo, di silenzio interiore e di attenzione per leggere e rileggere e capire se e dove si annida l’errore.

* * *

un errore – dal punto di vista del papa – c’è certamente, considerato lo sconquasso politico che questa bellissima lezione ha provocato, e siccome il papa è prima di tutto una autorità politica, l’errore è molto grave.

ma, siccome nel blog, i tempi delle meditazioni lunghe non sono accettabili, sapete che cosa faccio?

il mio post stralungo non lo scrivo neppure per ora (ci tornerò su più tardi) e in puro stile blog, in puro stile televisivo, cioè, vi do subito la mia sensazione di pelle come se fosse una cosa certa, e la grido con tutte le mie forze per richiamare l’attenzione nel frastuono generale.

* * *

l’errore del papa è la sua solitudine.

non parlo solo della solitudine personale di Ratzinger, che è palesemente un solitario che la ama anche, uno nato per i libri, ai quali la folla dà fastidio (lo capisco bene perchè nel mio cuore sono simile a lui…).

ma parlo della solitudine del papa in quanto papa.

che cosa terribile e disumana essere il rappresentante unico di Dio in terra, che deserto che ti scava attorno, che incubo essere tu e Lui da soli, a guardarsi negli occhi.

che incubo poi quando Lui non parla, quando chiude i Suoi occhi, quando sembra giâ morto.

che paura di sbagliare e che certezza di sbagliare, considerando la eco mostruosamente potente che quel silenzio di Dio crea attorno alle tue parole che cercano di richimarLo in vita…

desert

. . .

377. l’islam visto dalla parte di Ratzinger

 

prosegue il post 376.

* * *

la lezione di Ratzinger alla università di Ratisbona ora al centro delle furiose polemiche islamiste, si occupa esplicitamente dell’islam solo in un passaggio soltanto, anche se poi in fondo l’islam è il riferimento centrale e il punto di partenza di una riflessione cruciale sull’idea di dio nella tradizione occidentale.

il passaggio è il seguente:

Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d’inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue.

Fu poi probabilmente l’imperatore stesso ad annotare, durante l’assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non le risposte dell’erudito persiano.

Il dialogo si estende su tutto l’ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull’immagine di Dio e dell’uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le “tre Leggi”: Antico Testamento, Nuovo Testamento, Corano.

Vorrei toccare in questa lezione solo un argomento, piuttosto marginale nella struttura del dialogo, che, nel contesto del tema “fede e ragione”, mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema.

Nel settimo colloquio-controversia edito dal prof. Khoury, l’imperatore tocca il tema della jihad (guerra santa). Sicuramente l’imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: “Nessuna costrizione nelle cose di fede”.

È una delle sure del periodo iniziale in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato.

Ma, naturalmente, l’imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa.

Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il “Libro” e gli “increduli”, egli, in modo sorprendentemente brusco, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo:

“Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”.

L’imperatore spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole.

La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima.

“Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio.
La fede è frutto dell’anima, non del corpo.
Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia…
Per convincere un’anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte?”.

L’affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio.

L’editore, Theodore Khoury, commenta: per l’imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest’affermazione è evidente.

Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente.

La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza.

In questo contesto Khoury cita un’opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazn si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità.

Se fosse sua volontà, l’uomo dovrebbe praticare anche l’idolatria.

Qui si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto.

La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso?

fig02

* * *

si tratta di considerazioni, come vedete, scritte in modo assolutamente rispettoso, riflessivo, profondo.

da questo punto di vista lo sdegno delle varie autorità religiose islamiche ci appare violento, ipocrita ed arrogante.

c’è da aspettarsi purtroppo un’altra ondata di violenze nel mondo islamico?

questa lezione universitaria così misurata e mite nel tono, così piana ed ovvia nello sviluppo dei concetti, condotta dal massimo esponente del mondo cristiano scatenerà di nuovo tumulti e morte?

il diritto di Ratzinger di dire queste cose, come il diritto dei vignettari poco rispettosi e purtroppo non sempre spiritosi di quel giornale danese di sorridere su Maometto vanno difesi denza indulgenze.

ed è una terribile e sarcastica vendetta della storia che colpisce Ratzinger che ora l’ira islamista si scateni contro di lui che aveva mal difeso il diritto alla libertà di pensiero in campo religioso.

(lo avevo criticato piuttosto duramente a suo tempo per questo…).
http://bertolauro.blogs.it/2006/02/07/51_un_sorriso_vi_offende_quel_che_passa_~543788

ripeto qui la mia convinzione che all’islamismo di deve contrapporre il laicismo e l’ateismo cristiano che è l’ultimo frutto del cristianesimo (se ben si considera), non il cattolicesimo integralista fatto della stessa stoffa.

il risultato è che il cattolicesimo è un difensore debole e ambiguo e facilmente attaccabile di questa libertà del pensiero in cui la Chiesa on crede e che per prima vorrebbe limitare.

* * *

ma che cosa ha detto Ratzinger di così terribile dal punto di vista islamico?

io ci vedo un errore solo, ma centrale, determinante, molto grave sul piano culturale (che tuttavia esigerebbe da parte islamica solo risposte culturali adeguate in una discussione pacata e non grida isteriche di aizzapopoli).

Ratzinger si attiene alla traduzione corrente di jihad come guerra santa.

ma il concetto di jihad è invece ambiguo nella tradizione musulmana.

leggo l’inzio della voce jihad su wikipedia.

Jihad (?ih?d ????) è una parola araba che deriva dalla radice j-h-d” che significa “esercitare il massimo sforzo” o “combattere”.

La parola connota un ampio spettro di significati, dalla lotta interiore spirituale per attingere una perfetta fede fino alla guerra santa.

l’ulteriore analisi della parola, che ricavo da Wikipedia, ha dello stupefacente.

il genere maschile, originario arabo (“il” jih?d) è proprio quello legato al primario significato letterale di “sforzo” o “impegno”.

la parola (“la” jih?d), quando si voglia parlare di un’organizzazione militante, tradizionalista o terrorista, la si usa al femminile.

in altri termini sembrerebbe che il Corano parli del jiahd, cioè dello sforzo per raggiungere dio, e non della jihad, che sarebbe invece l’organizzazione che persegue ilö jihad intendendolo come guerra santa.

Durante il periodo della rivelazione coranica, allorché Maometto si trovava alla Mecca, il jihad si riferiva essenzialmente alla lotta non violenta e personale.

solo “in seguito al trasferimento (Egira) dalla Mecca a Medina nel 622 e alla fondazione di uno Stato islamico, il Corano (22:39) autorizzò il combattimento difensivo”.

tuttavia il termine che si usa nel Corano per indicare il combattimento o lo stato di guerra è la parola qit’l e non la parola jihad.

per chi vuole approfondire ancora di più il discorso, riporto qui in fondo un altro passo della voce Jihad di Wikipedia e qui ne metto solo la conclusione:

“Oggi la parola jihad è usata in numerosi circoli come se avesse una dimensione esclusivamente militare.

Per quanto questa sia l’interpretazione più comune di jihad, è degno di nota che la parola non è usata strettamente in questo senso nel Corano, il testo sacro dell’Islam.

È anche vero, tuttavia, che la parola è usata in numerosi hadith sia in contesti militari che non militari”.

(nella cultura islamica “hadith” corrisponde a trasmissione orale della notizia di un detto, di un atto, di un fatto; gli hadith sono le paorle di Maometto che non sono riportate del Corano, ma che sono state trasmesse di generazione in generazione, oralmente, dopo di lui mediante una catena di persone degne di fede, il cui primo anello è un testimone “de visu” o “de auditu” appartenente alla cerchia dei seguaci del Profeta (ricavo questa definizione dal sito dell’ucoii, la contestata Unione degli Islamici Italiani.

* * *

da tempo la tradizione islamica liberale si batte per riportare la corretta interpretazione del Corano del termine jiahd.

la lezione di Ratzinger ignora invece (incredibilmente) questo dibattito e accredita proprio l’islam teocratico e fanatico che vorrebbe combattere, assumendolo come interlocutore.

di qui il fatto che lo sdegno contro Ratzinger proviene questa volta proprio dall’islam moderato, che si sente ferito a sangue dalle parole superficiali del papa.

eppure Ratzinger non è uno sprovveduto; come può avere compiuto un errore del genere dopo gli approfondimenti da lui compiuti anche recentemente?

http://bertolauro.blogs.it/2006/05/02/198_papa_ratzinger_e_l_islam_la_svolta~769765

avevo sottolineato in quel mio post la svolta critica di Ratzinger rispetto alla generica e superficiale volontà di dialogo con l’islam di Woitila; ma probabilmente ho sbagliato allora a leggere comunque del rispetto più profondo verso la tradizione islamica nelle parole del papa.

il colloquio privato di Ratzinger con Oriana Fallaci avrebbe dovuto aprirmi gli occhi: è una differenza di stile espositivo, ma nella sostanza Ratzinger condivide il razzismo della Fallaci: semplicemente usa un meraviglioso stile di tono molto aulico ed universitario per dirlo (e in questo modo fa fesso e seduce anche me).

ed è evidente che l’assunzione acritica da parte di Ratzinger oggi proprio della debolissima tradizione islamica del jihad aggressivo è un colpo mortale al dialogo tra le religioni che può solo fondarsi nella attenzione e nel rispetto della tradizione islamica migliore.

* * *

ed ecco la voce Jihad in wikipedia.

I musulmani spesso si rifanno a due significati di jihad citando un hadith riportato da Imam Bayhaqi e al-Khatib al-Baghdadi, benché il suo isnad (la catena di tradizioni che può ricondurre sino alle parole di Maometto) sia classificato come “debole”:

* “jihad minore (esteriore)” – uno sforzo militare, cioè una guerra legale
* “jihad maggiore (interiore)” – lo sforzo per l’automiglioramento personale contro i desideri basilari dell’io

Altri esempi di azioni che potrebbero essere considerati jihad (sulla base di hadith con migliore isnad) includono:

* Parlare francamente contro un governante oppressivo (“Sunan” di Abu Dawud, libro 37, numero 4330)
* Andare in Hajj (pellegrinaggio alla Mecca) – per le donne, questa è la migliore forma di jihad (“Sahih” di Bukhari, volume 2, libro 26, numero 595).
* Prendersi cura dei genitori anziani, come il profeta Muhammad ordinò di fare a un giovane, invece di unirsi a una campagna militare (Narrato da Bukhari, Muslim, Abu Dawud, al-Tirmidhi e al-Nasa’i).

Il significato più letterale di jihad è semplicemente “sforzo”, e così è talvolta soprannominato il “jihad interiore”.

Questo “jihad interiore” si riferisce essenzialmente a tutti gli sforzi che un musulmano potrebbe affrontare aderendo alla religione.

Per esempio, uno studio erudito dell’Islam è uno sforzo intellettuale cui qualcuno può fare riferimento come “jihad” , benché non sia comune per uno studioso dell’islam di fare riferimento ai suoi studi come “impegnarsi in un jihad”.

Inoltre, esiste una dimensione del “jihad” maggiore” che include motivi personali ineludibili, desideri, emozioni, e la tendenza a garantire il primato a piaceri e gratificazioni terrene.

La tradizione di identificare lo sforzo interiore come “jihad maggiore” (cioè, non militare) pare essere stato profondamente influenzato dal sufismo, un movimento mistico interno all’Islam antico e diversificato.

Oggi, la parola jihad è tuttavia usata in numerosi circoli come se avesse una dimensione esclusivamente militare. Per quanto questa sia l’interpretazione più comune di jihad, è degno di nota che la parola non è usata strettamente in questo senso nel Corano, il testo sacro dell’Islam.

È anche vero, tuttavia, che la parola è usata in numerosi hadith sia in contesti militari che non militari.

in altre e più semplici parole.

la parola jihad non ha mai il significato di “guerra santa” nel Corano.

l’attribuzione di questo significato alla parola dipende da una tradizione orale poco sicura a giudizio degli stessi musulmani di un detto di Maometto che avrebbe distinto tra un jihad maggiore, spirituale, e un jiahd minore, la guerra santa difensiva.

anche in questa tradizione piuttosto debole il valore del jihad come guerra santa ê considerato una manifestazione minore della fede e comunque sempre limitato all’aspetto difensivo.

le tradizioni più certe di parole di Maometto riferite al jihad confermano il valore spirituale del termine nella originaria tradizione islamica, dato che lo riferiscono alla cura dei genitori anziani, al pellegrinaggio alla Mecca per le donne e al coraggio che ci vuole per parlare apertamente di fronte a un governante oppressivo.

* * *

6 commenti; 4, di cui uno mio che nadia definisce più chiaro del post stesso, qui:
http://bortocal.blogs.it/2006/09/16/264_nadia_bi_un_uomo_vanitoso~1130509

2 pensieri riguardo “fuori sacco: a proposito della lezione universitaria tenuta da Ratzinger a Ratisbona il 12 settembre 2006.

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