Etiopia – 19 novembre 2005 – blogspot 1 – 1

SATURDAY, NOVEMBER 19, 2005

ETIOPIA

1.

altopiano immenso e nebbioso, cupo
di nuvole che scivolano sugli eucalipti
mentre lo smog stringe la gola, peggio
della pietà, tanto la musica risuona lo stesso
e mi chiamate father, io che sono il figlio
di uno dei vostri massacratori di un tempo,
chiedendo senza insistere troppo qualche bir.
da Addis tornerò con questa invincibile coscienza.
sarò al Mexico, ma potrei essere Cortez:
mio Padre amava essere un conquistatore qui,
pensava di poterti trasformare o Etiopia;
dai tuoi vicoli di fango tu hai dimenticato
questa e ogni altra violenza della tua storia
e l’infinito degradare delle tue foreste assorbe
come una vita più forte i cenci della tua povertà.
che ti importa se il presidente dello stato egemone
che follemente corre verso la bancarotta
ha rifiutato un piano di aiuti per questo continente
che sprofonda sotto il peso della sua e della nostra storia.
quattro righe composte ad Addis Abeba non bastano:
sono anch’io un figlio di questo benessere cieco
e guardo senza emozione più la fine della civiltà
che in grazia degli anni forse non vedrò del tutto.
saliranno dai deserti come già avvenne e dagli arsenali
esausti per finita liquidità non usciranno proiettili più;
la battaglia sarà corpo a corpo, di scimitarre e spade.
vincerà il più feroce, saranno bruciati tutti i libri,
dato che basta quello che contiene già la verità.
quale sia questo libro a me non interessa:
la verità è solo una variante della probabilità.
e le cose che esistono in quanto possono essere sognate
in grazia della forza di convinzione cieca possono
diventare cose che esistono in quanto credute,
poco lontane da quanto esiste in quanto vissuto.
così la vita mi pare stasera soltanto un prolungato sfacelo
che riconosco nei tuoi sentieri di fango, morte e sorrisi,
immenso vuoto che stai nell’altopiano, attraversato
dai taxi puzzolenti e privi di meta propria.
i canti nella notte che cala precoce all’equatore
sono le tue preghiere discordi a un dio che non c’è.

2.

Lucy accenna un passo di danza nella vetrina
tra il bianco e il bruniccio delle sue ossa ricostruite.
troppo nanetta per desiderarti, Lucy, ma troppo poco scimmia.
posso considerarti non troppo diversa dalla gente di qui,
che trascina a fianco dell’asfalto di una città inesistente
le abitudini e i riti delle boscaglie poverissime d’allora.
poi nella cattedrale le nenie patriarcali
sotto affreschi colorati che narrano le consuete leggende,
dove Maria fugge sull’asino verso un Egitto che dicono qui
e l’Arca da cui tutto dipende si nasconde in mille anfratti
delle tue valli spoglie o troppo boscose, e perfino il piccolo
nobile tiranno che nella sua vita assieme racchiude
miserabili gesti meschini e una insolita nobiltà,
negli incerti vaneggiamenti Bob considera un dio,
per quanto terrenamente strangolato per la sua taccagneria.
anche se le troppe genuflessioni davanti alla porta,
i piedi scalzi e i digiuni mostrano che Mohammed non è lontano,
ecco che mi appari Etiopia solo una stravolta archeologia
della nostra Europa: nel cerchio delle tue montagne irraggiungibili
hai mantenuto il calco della povertà nostra che abbiamo dimenticato.
il padre di Myriam ottantasettenne infatti dice tranquillo
che così anche l’Italia era sessant’anni fa e gli sembra
tra questa gente che a piedi cammina i chilometri
di queste autostrade urbane immense e puzzolenti,
se solo dimentica il colore scuro delle facce,
d’essere tornato a casa, di toccare di nuovo le origini.
non vuole, Lucy, andare più via da qui.
eppure
il solo mal d’Africa che provo io invece è il pianto
che ricaccio in gola porgendo alla madre che ha avvolto
dietro la schiena un vivo fagotto, nel piovere, un bir.
se poi dovessi morire qui, a giorni, nella prossima guerra civile
che bagnerà ancora di sangue le tue strade, sarà
il sacrificio umano richiesto da qualche tua oscura divinità
ad espiazione d’ogni colpa, familiare e collettiva.
possano dunque i figli dei miei figli pensarti senza rimorso,
sorella cristiana, sorella africana, mite e feroce Etiopia.

3.

il fango che il fiume di pioggia trascina dai monti di Entoto
e che si indovina dal rumore notturno delle lamiere battute
per i vicoli rossi come una striscia di questa loro bandiera
(gli altri colori sono il verde squillante delle foreste di eucalipti
e il nero della pelle bruciata dal sole o forse dei chicchi di caffè)
questo fango discende, passata la città di Nazret, verso il lago di Keka
bloccato da una diga che produce l’elettricità per la città foresta,
abitato da inconsapevoli però ippopotami e fenicotteri rosa.
con questo acqua e terra scorrono assieme nella Rift Valley
dove una forza oscura sta lentamente sbriciolando il continente
e da quel lago dove immagino si avvolga in lenti gorghi mostruosi
quasi a forza risale risospinto di nuovo al nord da cui è venuto:
è il fiume Awash, che ha raccolto altra acqua che scende
da una catena di laghi che segna questa immensa frattura:
quello di Ziway, circondato da scure montagne vulcaniche
coi suoi isolotti della stessa sostanza ed origine destinati ai monasteri:
pellicani, cicogne dal becco giallo o fatto a scarpa, martin pescatori
gareggiano con gli uomini nella caccia ai pesci tilapia.
su Tullo Gudo, la più grande delle isole, la leggenda racconta
che venne nascosta l’Arca, dopo che Axum fu distrutta dalla regina Gaudit.
Axum, che una donna aveva fondata, la regina di Saba, mille anni
prima della nascita di Cristo, e dove il figlio illegittimo suo
e di Salomone aveva portato l’arca dell’alleanza rubata dal tempio,
dopo altri duemila anni, attorno al 980, un’altra regina nota anche come Gauit,
ebraica di fede, di soprannome Esarto, che significa devastatrice,
aveva saccheggiato, rovesciando gli obelischi nella polvere.
poi nel 1270 Yekumo Amlak, “Che-egli-sia-re”, scoprì d’essere figlio
dei figli dei figli di Salomone e fondò una dinastia
detta dei re dei re, che regnò su questi altipiani per secoli e secoli,
benedetta dal santo dei santi Tekle Haymanoot, protetta dai preti
– all’Europa nota come il regno del prete Giovanni –,
celebrata dal libro Kettra Negast, la storia dei re,
e destinata a finire dopo 705 anni nel chiuso di un palazzo
il 26 agosto quando il dittatore Menghistu guarda strangolare
da un infermiere militare un vecchio di 84 anni, Tafari,
figlio del ras Makkonen, signore di Harar e poi imperatore
col nome di Hailé Selassié, “Forza-della-Trinità”, figlio ultimo di quella storia.
così l’acqua, uscita dal lago di Zway, viene scendendo la Valley,
dal lago Abilata, che tra le diverse boscaglie di acacia
la raccoglie dal lago Langano, tra i monti Arsi,
e dal lago Shala, chiuso in un cratere vulcanico,
dove l’acqua ribolle per sorgenti di zolfo e fanno il nido
l’uccello tessitore, il bucero, il cuculo, ghiandaie e storni,
ma anche kudu maggiori, facoceri, sciacalli dorati ed oribi superbi
assieme alle bellissime gazzelle di Grant, dolci come ragazze abissine.
non dirò più su dei laghi di Awasa, di Abaya, che è rosso, di Chamo,
delle quaranta sorgenti che gorgogliano nella foresta,
del mercato dei coccodrilli, ma tornerò al fiume che scende la Valley
insopportabile, sfiorando Nazret e le sorgenti calde di Godorè.
è il fiume Auash (se adesso vuoi scriverlo così)
che ora volge la corrente verso Nord per inoltrarsi
nelle terre degli Afar, i terribili dancali, come licaoni
castravano i nemici uccisi o feriti, uomini o bambini,
esibendo il pene e lo scroto come trofeo d’onore.
lo sorveglia il vulcano di Fantale, alto 2000 metri,
che il fiume abbandona per le paludi di Caddabassa,
e poi per Asaita, torrida e triste, fra i suoi laghi salati.
l’ultimo è quello di Arissa, al confine con Gibuti,
dove il fiume muore senza riuscire, ridisceso verso sud,
a raggiungere l’oceano brulicante di pirati arabi.
quante centinaia di chilometri hai percorso fango delle strade
che vieni a evaporare nel sale prosciugato di quaggiù,
tra leggende e misteri che non ti lasciano sbocco.

4.

si sta come sull’orlo di una frana, e il battito d’ali della farfalla
che potrebbe scatenare il finimondo potrebbe partire da qui.
l’altopiano è assediato dall’integralismo islamico,
ma neppure lo sa perché, essendo tollerante
e chiuso in se stesso, non si accorge dell’attorno.
la Somalia è troppo inquieta e insanguinata
per attirare qualcuno, al momento, ma metà dei somali
vivono di qua ed Harar è una città araba che ha passato lo stretto.
l’Eritrea islamica e laica, troppo italiana per restare qui,
ha consumato un divorzio durato trent’anni di guerriglia
e poi anni di guerra che hanno lasciato confini incerti.
il mosaico sta per diventare un puzzle e le tessere impazzite
non ritroveranno più il loro incastro se si rovescia il tavolo
che cerca di tenere fermo l’ambasciata della potenza imperiale
alla periferia di questa città disadorna, cintata
di filo spinato e blocchi di cemento, sorvegliata a vista.
le cose parlano da sole a chi sa ascoltarle, eppure non è detto
che non raccontino favole, anche se il viaggiatore immaginario
ascolta e riporta, convinto sempre che una musa detti.

Addis Ababa, 26-30 giugno 2005

. . .

contrariamente a quel che ricordavo, il blog cor-pus non e` iniziato il 20 novembre di dieci anni fa sulla piattaforma blogs.it, ma il giorno prima su blogspot, che poi ho subito abbandonato.

ci pubblicai un poemetto che avevo scritto nelle settimane trascorse a fare esami ad Addis Ababa all’inizio dell’estate.

insomma, cor-pus inizio’ con uno dei suoi pezzi forti: una cronaca di viaggio, sia pure di tipo diverso da quelle che scrissi e scrivo da anni.

non mi risulta che lo abbia letto nessuno.

se ci dara` un’occhiata oggi qualcuno tra chi mi legge abitualmente nel blog (la lettura e’ tosta e richiede concentrazione e tempo), restera` forse meravigliato, perche` lo stile di questi versi e’ molto diverso da quello degli altri versi miei ai quali e’ abituato sulle piattaforme.

del resto, essi vengono direttamente dal periodo della mia scrittura pre-blog: scrittura per me stesso, e questo testo pubblicato fa da ponte fra i 45 anni di testi senza pubblico per scelta e i 10 anni successivi di amore mio per il pubblico, quel tanto che ho qui incontrato.

14 pensieri riguardo “Etiopia – 19 novembre 2005 – blogspot 1 – 1

  1. …il fatto è che i tuoi post sono molto lunghi, anche se belli, e chi è lento come me ci mette tanto; quando ho una cosa che mi attende non inizio nemmeno perché so che non potrei arrivare in fondo. Mi resta da capire come tu faccia, per me sei più veloce della luce.

    "Mi piace"

    1. ahaha, e io che speravo che questo poemetto sull’Etiopia avesse trovato il suo primo lettore, anzi la sua prima lettrice almeno quindici anni dopo!

      mi sono chiesto se introdurre qualche pausa (che allora usavo poco) non avrebbe aiutato la lettura almeno un poco, e resto convinto di sì, ma alla fine ho preferito lasciargli la sua forma originaria, perché tanto non avrebbe avuto lettori comunque – ma magari ci provo lo stesso.

      ci misi cinque giorni a scriverlo, quindi ci si potrebbe anche spalmare la lettura nello stesso tempo.

      dai non ero stato così veloce; e considerando che oggi è bastato un copia e incolla, non c’è stato nulla di miracoloso nel trascriverlo.

      ma, come scrivevo oggi, la vera domanda non è tanto COME faccio a scrivere tanto, ma PERCHE’: e non ho tuttora una vera risposta…

      Piace a 1 persona

      1. ETIOPIA

        1.

        altopiano immenso e nebbioso, cupo
        di nuvole che scivolano sugli eucalipti
        mentre lo smog stringe la gola, peggio
        della pietà, tanto la musica risuona lo stesso

        e mi chiamate father, io che sono il figlio
        di uno dei vostri massacratori di un tempo,
        chiedendo senza insistere troppo qualche bir.

        da Addis tornerò con questa invincibile coscienza.
        sarò al Mexico, ma potrei essere Cortez:
        mio Padre amava essere un conquistatore qui,
        pensava di poterti trasformare o Etiopia;

        dai tuoi vicoli di fango tu hai dimenticato
        questa e ogni altra violenza della tua storia
        e l’infinito degradare delle tue foreste assorbe
        come una vita più forte i cenci della tua povertà.

        che ti importa se il presidente dello stato egemone
        che follemente corre verso la bancarotta
        ha rifiutato un piano di aiuti per questo continente
        che sprofonda sotto il peso della sua e della nostra storia.

        quattro righe composte ad Addis Abeba non bastano:
        sono anch’io un figlio di questo benessere cieco
        e guardo senza emozione più la fine della civiltà
        che in grazia degli anni forse non vedrò del tutto.

        saliranno dai deserti come già avvenne e dagli arsenali
        esausti per finita liquidità non usciranno proiettili più;
        la battaglia sarà corpo a corpo, di scimitarre e spade.
        vincerà il più feroce, saranno bruciati tutti i libri,
        dato che basta quello che contiene già la verità.

        quale sia questo libro a me non interessa:
        la verità è solo una variante della probabilità.
        e le cose che esistono in quanto possono essere sognate
        in grazia della forza di convinzione cieca possono
        diventare cose che esistono in quanto credute,
        poco lontane da quanto esiste in quanto vissuto.

        così la vita mi pare stasera soltanto un prolungato sfacelo
        che riconosco nei tuoi sentieri di fango, morte e sorrisi,
        immenso vuoto che stai nell’altopiano, attraversato
        dai taxi puzzolenti e privi di meta propria.

        i canti nella notte che cala precoce all’equatore
        sono le tue preghiere discordi a un dio che non c’è.

        2.

        Lucy accenna un passo di danza nella vetrina
        tra il bianco e il bruniccio delle sue ossa ricostruite.
        troppo nanetta per desiderarti, Lucy, ma troppo poco scimmia.

        posso considerarti non troppo diversa dalla gente di qui,
        che trascina a fianco dell’asfalto di una città inesistente
        le abitudini e i riti delle boscaglie poverissime d’allora.
        poi nella cattedrale le nenie patriarcali
        sotto affreschi colorati che narrano le consuete leggende,

        dove Maria fugge sull’asino verso un Egitto che dicono qui
        e l’Arca da cui tutto dipende si nasconde in mille anfratti
        delle tue valli spoglie o troppo boscose, e perfino il piccolo
        nobile tiranno che nella sua vita assieme racchiude
        miserabili gesti meschini e una insolita nobiltà,

        negli incerti vaneggiamenti Bob considera un dio,
        per quanto terrenamente strangolato per la sua taccagneria.
        anche se le troppe genuflessioni davanti alla porta,
        i piedi scalzi e i digiuni mostrano che Mohammed non è lontano,

        ecco che mi appari Etiopia solo una stravolta archeologia
        della nostra Europa: nel cerchio delle tue montagne irraggiungibili
        hai mantenuto il calco della povertà nostra che abbiamo dimenticato.

        il padre di Myriam ottantasettenne infatti dice tranquillo
        che così anche l’Italia era sessant’anni fa e gli sembra
        tra questa gente che a piedi cammina i chilometri
        di queste autostrade urbane immense e puzzolenti,
        se solo dimentica il colore scuro delle facce,
        d’essere tornato a casa, di toccare di nuovo le origini.

        non vuole, Lucy, andare più via da qui.
        eppure
        il solo mal d’Africa che provo io invece è il pianto
        che ricaccio in gola porgendo alla madre che ha avvolto
        dietro la schiena un vivo fagotto, nel piovere, un bir.

        se poi dovessi morire qui, a giorni, nella prossima guerra civile
        che bagnerà ancora di sangue le tue strade, sarà
        il sacrificio umano richiesto da qualche tua oscura divinità
        ad espiazione d’ogni colpa, familiare e collettiva.

        possano dunque i figli dei miei figli pensarti senza rimorso,
        sorella cristiana, sorella africana, mite e feroce Etiopia.

        3.

        il fango che il fiume di pioggia trascina dai monti di Entoto
        e che si indovina dal rumore notturno delle lamiere battute
        per i vicoli rossi come una striscia di questa loro bandiera
        (gli altri colori sono il verde squillante delle foreste di eucalipti
        e il nero della pelle bruciata dal sole o forse dei chicchi di caffè)

        questo fango discende, passata la città di Nazret, verso il lago di Keka
        bloccato da una diga che produce l’elettricità per la città foresta,
        abitato da inconsapevoli però ippopotami e fenicotteri rosa.

        con questo, acqua e terra scorrono assieme nella Rift Valley
        dove una forza oscura sta lentamente sbriciolando il continente
        e da quel lago dove immagino si avvolga in lenti gorghi mostruosi
        quasi a forza risale risospinto di nuovo al nord da cui è venuto:

        è il fiume Awash, che ha raccolto altra acqua che scende
        da una catena di laghi che segna questa immensa frattura:
        quello di Ziway, circondato da scure montagne vulcaniche
        coi suoi isolotti della stessa sostanza ed origine destinati ai monasteri:
        pellicani, cicogne dal becco giallo o fatto a scarpa, martin pescatori
        gareggiano con gli uomini nella caccia ai pesci tilapia.

        su Tullo Gudo, la più grande delle isole, la leggenda racconta
        che venne nascosta l’Arca, dopo che Axum fu distrutta dalla regina Gaudit.
        Axum, che una donna aveva fondata, la regina di Saba, mille anni
        prima della nascita di Cristo, e dove il figlio illegittimo suo
        e di Salomone aveva portato l’arca dell’alleanza rubata dal tempio,

        dopo altri duemila anni, attorno al 980, un’altra regina nota anche come Gauit,
        ebraica di fede, di soprannome Esarto, che significa devastatrice,
        aveva saccheggiato, rovesciando gli obelischi nella polvere.

        poi nel 1270 Yekumo Amlak, “Che-egli-sia-re”, scoprì d’essere figlio
        dei figli dei figli di Salomone e fondò una dinastia
        detta dei re dei re, che regnò su questi altipiani per secoli e secoli,
        benedetta dal santo dei santi Tekle Haymanoot, protetta dai preti
        – all’Europa nota come il regno del prete Giovanni –,
        celebrata dal libro Kettra Negast, la storia dei re,

        e destinata a finire dopo 705 anni nel chiuso di un palazzo
        il 26 agosto quando il dittatore Menghistu guarda strangolare
        da un infermiere militare un vecchio di 84 anni, Tafari,
        figlio del ras Makkonen, signore di Harar e poi imperatore
        col nome di Hailé Selassié, “Forza-della-Trinità”, figlio ultimo di quella storia.

        così l’acqua, uscita dal lago di Zway, viene scendendo la Valley,
        dal lago Abilata, che tra le diverse boscaglie di acacia
        la raccoglie dal lago Langano, tra i monti Arsi,
        e dal lago Shala, chiuso in un cratere vulcanico,
        dove l’acqua ribolle per sorgenti di zolfo e fanno il nido
        l’uccello tessitore, il bucero, il cuculo, ghiandaie e storni,
        ma anche kudu maggiori, facoceri, sciacalli dorati ed oribi superbi
        assieme alle bellissime gazzelle di Grant, dolci come ragazze abissine.

        non dirò più su dei laghi di Awasa, di Abaya, che è rosso, di Chamo,
        delle quaranta sorgenti che gorgogliano nella foresta,
        del mercato dei coccodrilli, ma tornerò al fiume che scende la Valley
        insopportabile, sfiorando Nazret e le sorgenti calde di Godorè.

        è il fiume Auash (se adesso vuoi scriverlo così)
        che ora volge la corrente verso Nord per inoltrarsi
        nelle terre degli Afar, i terribili dancali, come licaoni
        castravano i nemici uccisi o feriti, uomini o bambini,
        esibendo il pene e lo scroto come trofeo d’onore.

        lo sorveglia il vulcano di Fantale, alto 2000 metri,
        che il fiume abbandona per le paludi di Caddabassa,
        e poi per Asaita, torrida e triste, fra i suoi laghi salati.

        l’ultimo è quello di Arissa, al confine con Gibuti,
        dove il fiume muore senza riuscire, ridisceso verso sud,
        a raggiungere l’oceano brulicante di pirati arabi.

        quante centinaia di chilometri hai percorso fango delle strade
        che vieni a evaporare nel sale prosciugato di quaggiù,
        tra leggende e misteri che non ti lasciano sbocco.

        4.

        si sta come sull’orlo di una frana, e il battito d’ali della farfalla
        che potrebbe scatenare il finimondo potrebbe partire da qui.
        l’altopiano è assediato dall’integralismo islamico,
        ma neppure lo sa perché, essendo tollerante
        e chiuso in se stesso, non si accorge dell’attorno.

        la Somalia è troppo inquieta e insanguinata
        per attirare qualcuno, al momento, ma metà dei somali
        vivono di qua ed Harar è una città araba che ha passato lo stretto.

        l’Eritrea islamica e laica, troppo italiana per restare qui,
        ha consumato un divorzio durato trent’anni di guerriglia
        e poi anni di guerra che hanno lasciato confini incerti.

        il mosaico sta per diventare un puzzle e le tessere impazzite
        non ritroveranno più il loro incastro se si rovescia il tavolo
        che cerca di tenere fermo l’ambasciata della potenza imperiale
        alla periferia di questa città disadorna, cintata
        di filo spinato e blocchi di cemento, sorvegliata a vista.

        le cose parlano da sole a chi sa ascoltarle, eppure non è detto
        che non raccontino favole, anche se il viaggiatore immaginario
        ascolta e riporta, convinto sempre che una musa detti.

        Addis Ababa, 26-30 giugno 2005

        "Mi piace"

  2. allora devo concludere che gli a capo servono a renderla effettivamente un poco più leggibile. 😉

    direi che io sono oggi il suo secondo lettore, visto che faccio fatica a credere di averla scritta io (qualunque cosa voglia dire io) e non sarei certo capace di scrivere così oggi.

    ma allora era un vero vizio scrivere lunghi poemi durante gli esami; non so dove devo averne da parte uno lungo dieci vole tanto scritto lungo tutto un mese a Roma e di uno stile molto simile.

    sono felice che tu lo abbia apprezzato: avevo sempre avuto il dubbio che fosse una autentica schifezza.

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...